MASSACRATA DI BOTTE di Anna Princi

5 Aprile 2020 | Redazione

Il 5 febbraio 2018 è stata pestata a sangue dal compagno di 44 anni, nella loro casa di Macomer (Nuoro), Martina Murgese, originaria di Milano ma da tempo residente in Sardegna: è stata ricoverata in condizioni gravissime, in attesa di subire vari interventi chirurgici, in un letto del reparto di Neurochirurgia dell’ospedale San Francesco di Nuoro. Martina – non appena le sue condizioni di salute lo permetteranno – sarà portata in un reparto dell’ospedale civile di Sassari dove dovrà subire un’importante ricostruzione maxillofacciale e anche numerosi interventi al cavo orale, danneggiato dall’assunzione dell’acido muriatico. I medici si sono detti comunque fiduciosi.
La povera donna ha lanciato un appello: “Aiutatemi ad andare via – ha ripetuto con un filo di voce – ho visto la morte in faccia e sono rimasta sola. Ho tanta paura. Ora il mio solo pensiero è quello di fuggire e stare accanto a mia figlia”- “Aiutatemi a ricostruire la mia vita , voglio scappare da Macomer per tornare nella mia terra, ma sono invalida, non ho una casa, non ho parenti, non ho soldi”.
L’appello è stato immediatamente raccolto dall’associazione “Onda rosa” (un centro antiviolenza di Nuoro) che grazie alla sua presidente Luisanna Porcu ha preso in carico la situazione ed ha aperto un conto corrente per dare supporto economico per Martina Murgese, ancora ricoverata al San Francesco di Nuoro in Neurochirurgia. Lo scopo sarà quello di aiutarla e sostenerla, magari permettendole di tornare nella sua città natale (Milano) e andare via da Macomer.: “Non riesco ancora a capire – ha raccontato in lacrime Martina dal letto dell’ospedale di Nuoro – perché tutta questa violenza nei miei confronti. Perché tanto odio contro di me, non riesco a capirlo. Mai prima di ora – ha continuato la donna – aveva provato a mettermi le mani addosso. Abbiamo vissuto insieme per ben due anni e io ho addirittura lasciato Milano e la mia vita per lui. Pensavo fosse l’uomo giusto per me ma mi sbagliavo” .”Non so se il mio compagno è stato arrestato – ha ripetuto la donna – sono terrorizzata che possa di nuovo avvicinarsi a me”.
Da quanto emerge dalle agenzie stampa Francesco Falchi, disoccupato di 44 anni, si trova in stato di fermo, in attesa dell’udienza di convalida dell’arresto da parte del giudice, nell’ospedale di Oristano, dove è stato ricoverato in seguito a un malore. Insomma dopo le cure per lui si apriranno le porte del carcere, dove sarà rinchiuso con la pesante accusa di tentato omicidio. L’uomo infatti avrebbe picchiato a sangue la povera donna, sicuramente al termine di un banale litigio nella loro abitazione di Macomer. Martina Murgese, vittima dell’assurdo pestaggio, ha anche raccontato agli inquirenti che quell’uomo l’avrebbe costretta a bere dell’acido muriatico, prima di essere brutalmente colpita senza alcuna pietà con pesi da cinque chili.
Tra l’altro Martina è anche reduce da una storia travagliata: anche il suo ex marito infatti la picchiava e lei ha raccontato agli investigatori di essere invalida “per dei danni subiti alle vertebre durante i precedenti maltrattamenti”.
“La mia vita è un incubo” ella ha aggiunto.
Sono circa 114 le donne che, da gennaio a dicembre 2017, hanno perso la vita per mano del marito, compagno, fidanzato o ex. Questo è il triste bilancio delle vittime di femminicidio in Italia, due delle quali assassinate in procinto di diventare madri, con la conseguente morte dei figli che portavano in grembo.
Ad uccidere queste povere donne sono, quasi sempre, mariti, compagni, fidanzati o ex… una vera e propria strage cui si aggiungono violenze quotidiane che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare altre vittime.
Tante le donne molestate, perseguitate, aggredite, picchiate, sfregiate; così come numerose sono quelle strangolate, bruciate, accoltellate, nella quasi totalità dei casi proprio da chi diceva di amarle. E come se non bastasse, a tutto ciò si aggiunge il preoccupante fenomeno dello stalking.
L’età del carnefice è solitamente compresa tra i 31 e i 40 anni; mentre la vittima rientra nella fascia 18-30 anni. Purtroppo sono tante le donne che non denunciano gli uomini colpevoli della violenza, e preferiscono subire in silenzio lo sfregio, fino a mettere continuamente a repentaglio la propria vita.
Tuttavia quando la donna denuncia questa viene sottovalutata e lasciata in un cassetto o della polizia giudiziaria o del giudice; oppure viene lavorata, ma c’è una sottovalutazione del rischio e il giudice magari applica una misura che poi si rivela inadeguata.
Importante deve essere dunque il ruolo delle istituzioni, ma anche culturalmente si può fare molto nella società, attraverso la prevenzione.
Nessuna donna deve permettere di farsi isolare forzatamente dalla famiglia e dagli amici, denigrandoli e sradicandoti da un terreno affettivo amicale di riferimento. È necessario osservare nel proprio partner se vi sono eccessivi e frequenti cambi di umore, anche minacciosi, con un ossessivo continuo denigrare la tua attività, il tuo aspetto, il tuo abbigliamento, deridendoti in pubblico o in privato. Prestiamo attenzione se vi è un eccessivo controllo delle nostre telefonate e delle amicizie o ripetute intimidazioni verbali e guardiamoci dalla insana e tormentosa gelosia, anche verso le amiche. Soprattutto dobbiamo saper dire di “no” in modo chiaro e sereno se serve a creare confini sani: i troppi “sì” creano autorizzazione a monopolizzarci. Stiamo attente ai comportamenti persecutori, come telefonate anonime, sms, e-mail, violazioni di domicilio, spionaggio e sorveglianza ossessiva.
Anna Princi
Liceo Classico “Ugo Foscolo” di Albano Laziale (Rm)

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