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COMUNICAZIONE
GRANDE FRATELLO? NO, GRANDE IMBARAZZO
Sono lontani i tempi in cui Pietro Taricone & company sperimentavano per la prima volta l’esperienza di vivere 24 ore su 24 ripresi dalle telecamere. Allora, i ragazzi della casa più spiata d’Italia non avevano la più pallida idea di cosa avrebbe significato per loro la partecipazione ad un reality show.
Nessun copione, nessuna vetrina televisiva di esibizionisti senza fama, solo dei ragazzi che giorno dopo giorno dimenticavano di essere spiati e tiravano fuori la loro indole. Qualche piccola trasgressione, sempre velata da un certo pudore: effusioni sotto una coperta, abiti provocanti ma mai eccessivi.
Cos’è rimasto di quel "Grande Fratello”? Nulla. Negli anni il casting del Grande Fratello ha selezionato improbabili personaggi sempre più fuori luogo, che pur di ritagliarsi il loro attimo di gloria hanno perso qualsiasi inibizione.
Un format che ha perso di valore in tutti i sensi fino a rasentare l’assurdo con questa ultima edizione.
Più che "Grande Fratello" dovrebbe essere ribattezzato "Grande Imbarazzo". Una trasmissione che non fa bene a nessuno. Inconcepibile e inammissibile, né la rete né gli autori né i partecipanti fanno una bella figura, anzi.
Dopo tutti i fatti di cronaca, dopo tutti gli eventi di sensibilizzazione contro la violenza e il bullismo, come si può tollerare una trasmissione in cui degli uomini mettono all’angolo una donna minacciandola, insultandola e pianificando atti delinquenziali veri e propri?
Non è tv spazzatura, non è cattivo gusto, ma è tollerare comportamenti che non solo andrebbero puniti ma anche perseguiti. Si è passati dalle limitazioni della censura al considerare “normale” ciò che normale non può diventare. Non possiamo assuefarci alla violenza e questi programmi rischiano di portare a questo. L’eliminazione di un concorrente non è sufficiente, quello che continuerà ad entrare nelle case degli italiani è la rappresentazione di un mondo che non può essere accettato. Neanche in nome dello share.
02/05/2018  Autrice: Raffaella Bocci

PANCHINE ROSSE CONTRO LA VIOLENZA DELLE DONNE
Hanno iniziato Milano, Torino nel gennaio 2016, Taranto, poi l’Aquila, Monza, Catania, San Gregorio e San Giovanni Galermo, Scanzano Jonico, a Laterza e Maruggio (Ta), Borgaro, Fossano, seguite da molte altre città italiane: la violenza contro le donne si combatte anche così, con il posizionamento di panchine rosse lungo le città che, decorate da writer "Vogliono stimolare un confronto e una riflessione sulla violenza e sui cambiamenti culturali necessari per sconfiggerla e indurre i cittadini a fermarsi, a non dimenticare e a mantenere alta l'allerta" (nota del Comune di Torino del gennaio 2016).
Sulla panchina rossa inaugurata a L’Aquila è riportata una frase del poeta russo Vladimir Majacovskij:
"Guardate: hanno di nuovo decapitato le stelle e insanguinato il cielo, come un mattatoio".
Anche per l’amministrazione aquilana la panchina rossa vuol "favorire la riflessione dei cittadini sui cambiamenti culturali necessari a sconfiggere questa ingiustificata violenza".
31/07/2017  Autore: Redazione

UOMINI INGABBIATI IN VECCHI STEREOTIPI
Accade che degli uomini, talvolta fin da epoca prenuziale, altre volte solo all'indomani della celebrazione del matrimonio, si rivelino mariti dispotici, controllanti, nel tempo sempre più aggressivi, violenti, sia da un punto di vista fisico che psicologico. Iniziano con l'ostacolare le amicizie maschili e femminili della moglie, limitando sempre più i contatti della donna, anche con la di lei famiglia di origine. Ne criticano il vestire, la modalità dei comportamenti, la pettinatura,  affinchè la donna inizi a seguire i di lui consigli. Reagiscono violentemente ed in modo sproporzionato, laddove sentono di perdere il controllo della situazione: anche fosse un  semplice confronto sulla cena, la vacanza da effettuare o la scelta della scuola per il figlio. Incapaci di esprimere a parole le loro ragioni e convinti di essere incompresi e non capiti, usano la violenza, verbale e/o fisica,  come mezzo espressivo per dominare il rapporto, ritenendo tale atteggiamento una normale "modalità relazionale". Alternati a momenti di pace, nel tempo sempre meno frequenti, uomini di questo tipo sono usi ad esprimere insulti e giudizi svilenti verso le loro donne, e spesso anche con i loro figli, con il fine inconscio di soggiogarle, temendone di fondo l'autonomia e  la perdita. Si tratta di uomini che hanno il bisogno di dimostrare a se stessi di essere all'altezza di un ruolo maschile che, derivato dall'educazione familiare e/o dall'immaginario collettivo sociale, lo identificano nel modello patriarcale, che li vorrebbe uomini forti, dominanti, superiori alla loro donna. Uomini che non concepiscono la parità di genere e dei ruoli coniugali e genitoriali. Laddove la donna non si "pieghi", esercitando giustamente i propri pari diritti di scelta e replica, come coniuge e persona, questi uomini usano minacce, ricatti emotivi, aggressività verbale, fino ad arrivare alla violenza contro gli oggetti (preferibilmente quelli di appartenenza o cari alla donna) ed alla violenza fisica, in una escalation pericolosa ed infernale per chi la subisce.
16/06/2017  Autore: Redazione
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