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ATTIVITA'
La conoscenza e l'analisi dei fatti, della storia, sono fattori fondamentali per il processo di costruzione e di sviluppo di una società diversa.
Attraverso questi piccoli approfondimenti vogliamo dare anche noi un aiuto concreto, anche se modesto.

         
                   
SENATO DELLA REPUBBLICA: COMMISSIONE PARLAMENTARE D'INCHIESTA SUL FEMMINICIDIO NONCHE' SU OGNI ALTRA FORMA DI VIOLENZA DI GENERE
  • Relazione finale della Commissione Parlamentare di Inchiesta sul femminicidio, pubblicata a febbraio 2018
  • Alcuni dati sul femminicidio pubblicati nel novembre 2017 dalla Commissione Parlamentare d'Inchiesta appositamente istituita
05/04/2018  Autrice: Michela Nacca
FOCUS
VIOLENZA DI GENERE: ASPETTI PROCEDURALI E COMPARATIVI
Pubblichiamo l’interessante tesi di laurea del Ten. dei CC Beatrice Casamassa, anno accademico 2014-2015, sulla procedura adottata in casi di violenza di genere
05/04/2018  Autrice: Beatrice Casamassa
FOCUS


ANTONIETTA GARGIULO: UNA SANTA MARIA GORETTI DEL XXI SECOLO?
05/04/2018  Autrice: Simona D'Aquilio
Il caso di Antonietta Gargiulo, aggredita il 28 febbraio scorso dal marito, il quale l’ha gravemente ferita con la propria pistola di ordinanza per poi uccidere le loro due bambine Alessia e Martina, ha scosso profondamente le nostre coscienze. Tutti indistintamente abbiamo sperato sino alla fine che le piccole potessero essere ancora vive, nonostante la lunga trattativa dei Carabinieri non lasciasse presagire nulla di positivo.
Il drammatico epilogo ci ha posti, ancora una volta, dinanzi alla gravità della situazione di moltissime donne separate. Ancora una volta, noi operatori del diritto ci siamo sentiti invasi da un senso di impotenza, di profonda inadeguatezza a proteggere le vittime di violenza. A questo si è aggiunto il senso di rabbia, di frustrazione per una storia troppo uguale a molte altre, tratteggiata chiaramente in ogni aspetto dal racconto che i media hanno fatto della vicenda personale e matrimoniale di Antonietta Gargiulo.
Capasso ha organizzato la propria vendetta in modo meticoloso, preciso, puntuale senza alcun tentennamento in quella che sembra essere stata una vera e propria esecuzione delle proprie bambine.
Di Antonietta Gargiulo, subito dopo i tragici fatti, abbiamo saputo che era in ospedale e che alla vigilia dei funerali delle figlie le è stata data la notizia che nessuna madre vorrebbe mai avere.
I fatti che ci preme analizzare, oggi, si sviluppano fra il prima ed il dopo figlicidio con un drammatico fil rouge che delinea l’intera vicenda: quello del perdono.
Durante le esequie delle povere Alessia e Martina, il parroco ha pronunciato una frase che ha destato un subitaneo mormorio in tutta la chiesa: ”La famiglia ha perdonato”. Una frase che, a ben guardare, è molto più di una mera comunicazione di un fatto, di una volontà della vittima e della sua famiglia. Una frase che è arrivata come un tuono, un colpo ulteriore alla memoria delle bambine trucidate dal loro padre. Una frase che, forse, porta in sé l’essenza di ciò che è accaduto sotto gli occhi di un’intera comunità.
Il parroco evoca un perdono TOMBALE, un vero e proprio masso sepolcrale a copertura definitiva di qualunque commento, polemica, domanda circa le azioni di Capasso ma siamo certi che si riferisca SOLO a Capasso? Non è, forse, più probabile che si sia sentita l’esigenza di mettere a tacere qualunque senso di colpa, rigurgito inconscio e domanda su cosa si potesse fare per evitare questo dramma?
Il perdono, si sa, è frutto di una profonda elaborazione del lutto, di un’analisi dei fatti, di una sedimentazione della rabbia, di una consapevolezza tale che porta la vittima a sostenere di aver superato il proprio trauma tanto da poter perdonare il proprio carnefice.
Il perdono di Antonietta Gargiulo, offerto dal parroco alla propria comunità, sembra invece il frutto di una sorta di rapida liquidazione di un evento scomodo, che potrebbe far tremare ancora a lungo le coscienze. Il perdono di Antonietta è più simile a quello di una santa che non a quello di una donna, di una madre privata delle proprie figlie.
Allora un’altra questione si pone alla nostra analisi: l’immagine di Antonietta introiettata dalla comunità e dallo stesso Capasso. Un’immagine di martire, forse, di una donna ferita, tradita più volte dal marito, picchiata, maltrattata in privato e, dopo, in pubblico ma che sopporta in silenzio, con dignità, che non denuncia ma cerca un aiuto umano fra conoscenti e superiori del marito. Una donna di tal fatta, con la propria decisione di separarsi, però, cambia le regole del gioco. Lo stesso Capasso ne resta spiazzato per primo: sua moglie non lo perdona più, non accetta più maltrattamenti pubblici e privati e si ribella!
Eppure questo cozza profondamente con la donna che egli conosce e che non può che perdonarlo!
Il perdono, quello che Capasso cercava pur continuando a fare la propria vita fuori casa, con l’ultima delle sue amanti, arriva come uno schiaffo in volto durante il funerale di Alessia e Martina. Arriva assolutamente fuori luogo quindi inaspettato. Arriva come messaggio ad un’intera comunità, un messaggio che sembra dire: ”Perdoniamoci perché sapevamo e non abbiamo agito, non abbiamo aiutato a sufficienza Antonietta. Se lei perdona, chi siamo noi per continuare a riflettere su questa vicenda?”.
Non è azzardato ciò che veniamo ricostruendo nella nostra analisi. Non lo è perché la tempistica del perdono è stata frettolosa e la comunicazione è stata fatta pubblicamente.
Non è azzardato, dunque, sostenere che il parroco ha dato a se stesso ed ai propri fedeli il solo messaggio che poteva alleggerire le loro coscienze: Antonietta perdona come la povera santa Maria Goretti la quale perdona il proprio assassino, in punto di morte.
Non vogliamo entrare nelle dinamiche personalissime di una donna ferita a morte ma abbiamo il dovere di chiederci: è questo che vogliamo? Il supremo sacrificio di una donna, di una madre che RINUNCIA a qualsivoglia forma di giustizia perché avrebbe perdonato? Siamo sicuri che ciò non si traduca, di nuovo, nella resa della Giustizia? Nella delega al divino di ogni forma di giudizio e, quindi, di risarcimento sociale di ciò che accade quotidianamente in Italia?
Noi siamo persuasi che non abbiamo bisogno di nessuna Santa Maria Goretti del XXI secolo ma solo di Giustizia, possibilmente umana e non divina…

PERCHÉ L’INIZIATIVA GIUDIZIARIA DI MAISON ANTIGONE PER I FATTI CRIMINALI DI CISTERNA DI LATINA
21/03/2018  Autore: Sergio Bellotti, Avvocato Penalista
La nostra Associazione ha deciso di andare fino in fondo e chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa di più, per evitare l’ennesima strage familiare annunciata e pianificata.
Sarebbe bastato forse leggere più attentamente e meglio i messaggi mandati dall’assassino nell’etere, via fb, in cui egli abbastanza esplicitamente preannunciava di esser capace, dunque presumibilmente  in procinto, di fare qualcosa di inaudito e drammatico.
Sarebbe bastato chiedersi quale fosse la reale personalità di quest’uomo, posto che a quanto pare ed in base alla letturadi commenti espressi  da sedicenti ex compagne di classe, via fb, fin da ragazzino il Capasso avrebbe mostrato un’indole non proprio pacifica, pur avendo in seguito rivestito la divisa dell’Arma e venendo dotato di un’arma di ordinanza.
Sarebbe bastato ascoltare con più empatia e senso di responsabilità la povera moglie e le figlie terrorizzate, non limitandosi a chiedere loro la comprensione e il perdono, ma sentendosi in prima persona coinvolti e corresponsabili per quelle confidenze, che altro non erano se non un grido di aiuto a fare qualcosa in loro difesa.
Non esistono solo reati di azione, ma anche di omissione.
La complicità della società si manifesta quando essa decide di voltarsi dall’altra parte e non fare nulla.
Noi, con l’azione oggi depositata, vogliamo ricordare che il senso e l’esistenza della società stessa si basa su un patto sociale regolato da valori di solidarietà, norme e responsabilità ben precise, la cui negazione, specie a livello istituzionale,  pone in grave crisi gli stessi capisaldi del nostro vivere comune.
L’Avv. Sergio Bellotti, noto penalista romano, persona sensibile ed attenta alla difesa delle vittime di violenza,  con le seguenti dichiarazioni ci ha espresso le nostre medesime  istanze, decidendo di affiancarci e di farsi con noi promotore di un’azione forte che svegli le coscienze, la società e tutte le istituzioni …nessuna esclusa:
“L’Art. 1 della Dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne recita: “ E' violenza contro le donne" ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. “
Sul sito del Ministero dell’Interno fa bella mostra di sé la seguente pubblicazione:
“Della raccolta e monitoraggio dei dati sulla violenza di genere si occupa l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), organismo interforze Polizia-Carabinieri. Per le segnalazioni è attivo il 1522, il numero verde di pubblica utilità della Rete nazionale antiviolenza.
Sono in campo molteplici interventi: la tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, le risorse per finanziare un Piano d'azione antiviolenza e la rete di case-rifugio, la formazione sulle tecniche di ascolto e approccio alle vittime, di valutazione del rischio e individuazione delle misure di protezione, i corsi sulla violenza domestica e lo stalking.
E’ stata altresì inasprita anche la disciplina penale dei reati cd di genere, con misure cautelari personali, un ampliamento di casi per le associazioni a delinquere, la tratta e riduzione in schiavitù, il sequestro di persone, i reati di terrorismo, prostituzione e pornografia minorile e contro il turismo sessuale.
Sui territori le prefetture promuovono, dove emergono i bisogni e le esigenze, iniziative di informazione e sensibilizzazione per combattere sul nascere la violenza di genere: formazione nelle scuole, corsi di formazione per gli operatori delle strutture sociosanitarie, per migliorare la prima accoglienza, forme di collaborazione con gli enti locali e le associazioni per potenziare l'accoglienza e il sostegno alle vittime, task force e gruppi di lavoro per pianificare le iniziative e divulgare le best practice”.
Reti di protezione, sensibilizzazione delle strutture e delle amministrazioni, interventi normativi e campagne di educazione civica…. ma se la gestione delle emergenze di genere viene affidata ad una giustizia che non sa ascoltare, a forze dell'ordine che non vogliono intervenire, a servizi territoriali che non sono in possesso di adeguate competenze, rimane la cronaca a raccontare del fallimento del sistema, della società, degli uomini e delle donne chiamate in soccorso dalla vittima di turno.
Rimane però, anche e soprattutto, il dovere di vigilare da parte della Magistratura sulle inadempienze, le omissioni e le illecite determinazioni assunte all’interno di questo virtuale spazio di ascolto delle vittime, per confermare la presenza dello Stato anche dopo che il proprio fallimento è stato gettato nelle cronache nazionali; per comprendere dove e chi abbia sbagliato, per punire ed insegnare – per il futuro ed il presente – che mai si potrà giustificare condotte che siano penalmente sussumibili in un concorso omissivo colposo proprio in quelle attività delittuose e dolose che quotidianamente la cronaca ci racconta, quasi fossero figlie di una ineluttabilità tale da pulire le coscienze di chi avrebbe dovuto ascoltare, indagare, intervenire… e non lo ha fatto.
Il caso di Cisterna di Latina appare esemplare in tale dinamica e Maison Antigone ha deciso di dire Basta!

Basta con la tolleranza della “superficialità”, con la quale gli uomini dello Stato e delle istituzioni in genere hanno sempre liquidato fatti ed atti che, giuridicamente, sono veri e propri contributi causali alle stragi commesse dal Capasso di turno.
Attraverso questa iniziativa lo Sato, per mano della Magistratura, è chiamato a prendere una posizione su questi contribuiti causali, perché abbiano un nome ed un cognome, un processo ed una pena, se dovuta.
Perché chi deve… intervenga; perché le Forze di Polizia, i Servizi territoriali, i Magistrati e la Polizia Giudiziaria sappiano che tali saranno considerati e giudicati: contributi causali all’evento doloso e nella speranza che - in futuro - vi siano sempre meno tragedie con donne e bambini nel ruolo di vittime per le quali trovarsi a domandare … se si sarebbe potuto evitare.”


IL PARERE
Gli avvocati e il fascino perverso della Pas o alienazione genitoriale
08/02/2018  Autrice: Simona D'Aquilio
In questi giorni è tornato alla ribalta un argomento che gli avvocati familiaristi conoscono fin troppo bene: la cosiddetta Pas (sindrome da alienazione parentale-genitoriale) recentemente mutata in alienazione genitoriale e che abbiamo già descritto nel nostro articolo del 29 gennaio scorso.
Ciò su cui poco ci si interroga è il perchè questa “sindrome”, inventata di sana pianta da un sedicente Professore Docente alla Columbia University, eserciti il proprio fascino perverso su moltissimi avvocati.
La prima risposta che verrebbe spontanea è che la Pas costituisce una facile strategia difensiva, sebbene non degna di fondamento, peraltro costosissima (perché comporta un lungo iter processuale ed il coinvolgimento anche di consulenti del Tribunale e di parte, psicoterapia, percorsi di mediazione ecc…), che tuttavia costituisce essa stessa di per sé una fonte di traumi per i minori coinvolti.
Cavalcarla nei Tribunali è stato agevole e poco impegnativo, perché per evocarla è bastato citarne il teorizzatore, Richard Gardner, indicarne i titoli accademici (senza specificare che fossero inveritieri!) per poi passare ad illustrare brevemente al Giudice delle condotte considerate tout court “alienanti” di un genitore (normalmente la madre) verso l’altro, ma spesso senza specificare molto di più e senza che vi fosse un minimo di seria indagine preventiva, per poi semplicemente presumere, da ciò, l’esistenza di una “alienazione” e, per di più, di una “sindrome da alienazione” !
Una volta evocata la famigerata Pas, l’iter giudiziario diventa fra i più dolorosi e penosi immaginabili: i bambini ed i ragazzi vengono analizzati in minuziose CTU (consulenze tecniche d’ufficio) e, sovente, inviati in psicoterapia per recuperare A TUTTI I COSTI il rapporto con il genitore cosiddetto alienato (poco importa se fosse abusante o maltrattante il minore stesso).
Il tutto con somma soddisfazione del legale che ha messo in moto tale procedura nonché, almeno inizialmente, del genitore “alienato”.
Tuttavia la soddisfazione processuale ed economica non sono sufficienti, a nostro sommesso avviso, per spiegare l’enorme successo della Pas fra gli avvocati (degli psicologi ci occuperemo in separato articolo). Non lo sono perché è una lettura superficiale ridurre ad una mera questione di soldi e successo processuale tutto il male che viene fatto ai minori coinvolti, a causa della battaglia di CTU e CTP che si innesca in tali casi, ma anche perché spesso si impongono incontri protetti fra questi minori ed il genitore “alienato” (spesso abusante o maltrattante).
Dopo anni trascorsi nei Tribunali e patrocinando cause di diritto di famiglia, possiamo affermare che, a nostro sommesso parere, tra gli elementi che attirano gli avvocati in un procedimento di affidamento di minori che evochi la Pas vi sono anche fattori ulteriori e più profondi, spesso inconsci (altre volte perfettamente consci) all’avvocato medesimo e che affondano le loro radici nelle stesse dinamiche psicoaffettive del singolo legale, nelle sue motivazioni e nei suoi condizionamenti più intimi.
Gli avvocati del resto sono persone, assolutamente imperfette e con una propria storia che non ha ricadute evidenti in cause di diritto ordinario ma potrebbe averne in cause più delicate e dai risvolti psicologici ed affettivi importanti, come appunto avviene nelle separazioni e nei divorzi giudiziali. Gli avvocati che si dedicano al diritto di famiglia, dunque, dovrebbero avere una formazione di qualità ed improntata SEMPRE ad un’azione giudiziaria scevra da condizionamenti e pregiudizi personali perché, in caso contrario, non si può assumere una difesa efficace.
Pertanto, possiamo asserire che un avvocato che “sposi” la causa del proprio assistito in modo del tutto acritico fino al punto da cavalcare una sindrome inventata come la Pas, non sta svolgendo il proprio mandato con la necessaria competenza.
Aggiungiamo che il medesimo legale affascinato dalla Pas non può certamente difendere in modo efficace le donne vittime di abusi o maltrattamenti poiché, sovente, la Pas viene utilizzata proprio per smantellare ogni accusa di abuso o maltrattamento, assumendo che i figli (cioè i testimoni per eccellenza di reati endofamiliari) sarebbero manipolati dalla madre, vittima denunciante.
Di conseguenza, ci chiediamo come possa un legale che ha utilizzato la Pas nella propria casistica giudiziaria, ergersi a paladino dei diritti delle donne vittime di violenza. Eppure è ciò che accade con un dualismo quasi schizofrenico.
Si tratta di quesiti che dovrebbero far riflettere innanzitutto gli avvocati, proprio quelli che hanno subito il fascino della Pas e che sono convinti essa esista davvero. Dovrebbero essi stessi distinguere fra ciò che è un comportamento rilevabile oggettivamente ed analizzabile nel contesto in cui si manifesta ed una sindrome che venne inventata per colpire le vittime di violenza e, spesso, viene spasmodicamente cercata nelle CTU per finalità che sono assai lontane dal tutelare il benessere dei minori.
Occorrono, dunque, un’etica ed una coerenza professionale che vanno ben oltre il codice deontologico forense e che dovrebbero fare naturalmente parte del sentire ed agire di un avvocato familiarista competente.
Il nostro compito, quello degli avvocati, non è quello di creare sindromi pur di vincere una causa. Il nostro compito è difendere un assistito e le sue ragioni, ma solo se queste sono legittime e non manifestamente infondate perché, viceversa, ne saremmo complici.
Tuttavia, nel diritto di famiglia, il nostro compito di avvocati è ancor più delicato poiché è primariamente quello di tutelare anche i minori ed il loro benessere: perché tutto ciò che viene espletato in un processo di separazione/divorzio giudiziale ha un forte impatto personale e sociale del quale noi avvocati dovremmo sentirci responsabili. Sempre!
“La famiglia è un’isola che il mare del diritto può solo lambire e non sommergere” (Arturo Carlo Jemolo)

IL PARERE
Un reato cucito su misura per le donne che hanno avuto la forza di denunciare i mariti/compagni pedofili
29/01/2018  Autrice: Michela Nacca
L’Avvocato Giulia Bongiorno, subito dopo aver annunciato la propria candidatura con la Lega di Salvini per le prossime elezione del marzo 2018, alla domanda “Cosa proporrà lei come prima cosa?” ha risposto: “L’introduzione del reato di alienazione parentale”.

Il Fatto Quotidiano immediatamente metteva in evidenza che tuttavia la Pas, o PAD, sulla quale si fonda il reato di alienazione genitoriale, non ha basi scientifiche!

Ma cosa è la PAS (Parental Alienation Syndrome) o oggi chiamata PAD (Parental Alienation Disorder), ossia “disturbo da alienazione genitoriale”?
La PAS è una pseudo sindrome inventata di sana pianta nel 1985 da un medico americano, Richard Gardner, per giustificare il rifiuto che si innesca nei bambini abusati verso il genitore abusante, con la finalità tuttavia di screditare le accuse della piccola vittima, considerata alienata, e quelle dell'altro genitore (in genere donne), ritenuto da questa sindrome alienante/manipolante.

Secondo questa teoria le accuse espresse da bambini di abusi e violenze, comprese quelle sessuali, contro i loro padri costituirebbero solo delle suggestioni indotte dall’altro genitore, le mamme.

La teoria di Richard Gardner, sospettato di aver tentato di fornire giustificazioni a padri pedofili (essendo peraltro anche arrivato ad auspicare la normalizzazione della pedofilia), non ha alcun fondamento scientifico e si basa su nessuna evidenza, degna di rilievo e rigore. Tanto da non essere mai stata accettata nella elaborazione del Manuale Diagnostico Psichiatrico DSM, sia IV che V, nonostante i tentativi a tal proposito fatti dal Gardner ed in seguito da William Bernet, suo successore.
Viceversa il board della Columbia University di NY è stato chiaro sia nel non riconoscere scientificità a tale teoria, sia nel ribadire che il Gardner non fosse affatto un Docente Ordinario della Columbia, come egli amava presentarsi ed accreditarsi ovunque.

Al di là delle manie di grandezza del Gardner, morto suicida, in genere all’estero molti Giudici, Avvocati, insigni Psichiatri, lo stesso Dipartimento di Psichiatria della Columbia University, dove il DSM viene elaborato, e molte altre Corti e Istituzioni hanno smentito la validità e scientificità della PAS/PAD, rivelandone cosi la reale finalità.

Già nel 2003 la National District Attorneys Association (Associazione Nazionale dei Procuratori Distrettuali) pubblicò una informativa ai colleghi su come affrontare giuridicamente le questioni legate alla PAS, specificando che la PAS è una teoria non verificata e avvertendo che la sua applicazione potesse comportare conseguenze a lungo termine sui bambini che cercano giustizia e protezione in tribunale (Fields, Hope; Ragland, Erika Rivera, Parental Alienation Syndrome: What Professionals Need to Know, in NDAA Newsletter, vol. 16, nº 6, Alexandria, National District Attorneys Association, 2003) finendo per minacciare l'integrità del sistema penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi (Hope Fields, Ragland, Erika Rivera, Parental Alienation Syndrome What Professionals Need to Know, in NDAA Newsletter, vol. 16, nº 7, Alexandria, National District Attorneys Association, 2003).

Nel 2008 i clinici Antonio Escudero, Lola Aguilar Redo e Julia de la Cruz Leiva constatarono che sull'argomento PAS esiste uno scarsissimo numero di lavori scientifici, concludendo che la mancanza di rigore scientifico del concetto di PAS, intesa «[...] solo come un costrutto di natura argomentativa elaborato attraverso fallacie quali pensiero circolare, ragionamento per analogia, ricorso al principio di autorità, intendendo come tale il creatore del concetto stesso di PAS» non potesse dare rilievo scientifico a questa teoria (Escudero, Antonio; Aguilar Redo, Lola; Cruz Leiva, Julia de la, La lógica del Síndrome de Alienación Parental de Gardner (SAP): “terapia de la amenaza”, in Revista de la Asociación Española de Neuropsiquiatría, vol. 28, nº 2, Madrid, Asociación Española de Neuropsiquiatría, 2008, DOI:10.4321/S0211-57352008000200004, ISSN 0211-5735).

Sempre in Spagna nel 2009 la psicologa Consuelo Barea in collaborazione con la collega argentina Sonia Vaccaro nel libro, El pretendido Síndrome de Alienación Parental ― un instrumento que perpetúa el maltrato y la violencia (pubblicato in Italia nel 2011 con il titolo PAS. Presunta Sindrome di Alienazione Genitoriale), sostennero che la PAS è un “costrutto pseudo-scientifico” che, utilizzato in ambito giudiziario, genera «situazioni di alto rischio per i minori e provoca un'involuzione nei diritti umani di bambine e bambini e delle madri che vogliono proteggerli».

Nel 2010 la Asociación Española de Neuropsiquiatría si è espressa con un pronunciamento ufficiale «[...] contro l'uso clinico e legale dell'espressione "Sindrome di Alienazione Genitoriale", e altre similari aventi lo stesso significato». In tale pronunciamento la PAS è definita «un castello in aria» e si raccomanda agli iscritti di non utilizzarla in quanto mancante «di fondamento scientifico e presenta gravi rischi nella sua applicazione in tribunale» (La Asociación Española de Neuropsiquiatría hace la siguiente declaración en contra del uso clínico y legal del llamado Síndrome de Alienación Parental, Asociación Española de Neuropsiquiatría, 25 marzo 2010).

In Italia purtroppo molti Avvocati e qualche psichiatra (tra cui il Prof. Marco Casonato, divenuto recentemente noto all’opinione pubblica non più solo per la sua difesa della PAS/PAD ma soprattutto per tutt’altre vicende, di estrema violenza anch’esse!) in barba a ciò che è stato chiaramente detto sopra, hanno invece sempre più spesso utilizzato questa pseudo teoria quale strategia per difendere i loro clienti, padri pedofili o abusanti, per svilire le loro piccole vittime e neutralizzarne le madri non disposte a difendere i loro compagni.

E ciò nonostante già l’istituto superiore di Sanità nel 2012 si sia già esplicitamente espresso contro la PAS, avendone rimarcato la mancanza di scientificità, attraverso una risposta ad interrogazione parlamentale del 18 ottobre 2012, seduta n. 706 (v. su leg16.camera.it, pp. 75 e 76 ) e nonostante la Corte di Cassazione abbia emesso Sentenze chiaramente contrarie alla PAS (Cass. Civ., sez. I, sentenza 20 marzo 2013 n. 7041).

Forse non è un caso che proprio nel nostro Bel Paese, e non altrove, vada diffondendosi tra Legali e qualche psichiatra, ma soprattutto nell’opinione pubblica (per fortuna non maggioritaria!) questa pseudo teoria, pericolosissima nelle sue conseguenze, visto che l'Italia notoriamente primeggia nel turismo sessuale pedofilo: un dato che indirettamente ci indica l' elevata italica propensione alla pedofilia, in genere.

L’Avvocata Giulia Bongiorno, Presidente di Doppia Difesa, associazione che per Statuto è finalizzata alla tutela delle donne e dei loro figli abusati, campionessa di coerenza, non solo considera degna di fondamento scientifico una pseudo sindrome, in realtà da tutti i consessi psichiatrici riconosciuta come infondata, ma addirittura vuole farne una fattispecie di reato... Con la complicità politica di Salvini!

Del resto non sarebbe la prima volta che viene tentato un simile colpo di mano!

Nel 2008 fu presentato un disegno di legge, il n.957, che apportando "Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso", oltre ad introdurre la PAS nella normativa italiana avrebbe reintrodotto la patria potestà, riconoscendo di nuovo alla figura paterna la potestà di assumere le decisioni più rilevanti nella vita dei figli minori, indipendentemente dalla volontà contraria materna.

Un articolo uscito su Il Manifesto nel 2012, mentre questo disegno di legge era in discussione al Senato, allertava l’opinione pubblica spiegando con attenzione quanto fosse pericolosa la teoria della PAS: una cosiddetta "sindrome da alineazione genitoriale" spacciata come tesi scientifica e psicoanalitica, in realtà frutto di una mente che avrebbe voluto introdurre nella società la "normalizzazione" della pedofilia.

Lo stesso ex Presidente della Società Italiana di Psichiatria, Andrea Priante, all’epoca mise a in guardia dalla infondatezza di questa teoria, che definì la PAS «priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità» (Andrea Priante Bimbi contesi, sei affidi su dieci decisi dalla sindrome dei misteri, in Corriere del Veneto, 16 ottobre 2012)..
È bene ricordare che il DISEGNO DI LEGGE in questione, il 957/2008, fu presentato d’iniziativa dei Senatori VALENTINO, CIARRAPICO, COSSIGA, TOFANI, BEVILACQUA, THALER AUSSERHOFER, GIAI, SANTINI, RAMPONI, IZZO, AMORUSO, Nicola Paolo DI GIROLAMO, DI GIACOMO, SACCOMANNO, Giancarlo SERAFINI, ASCIUTTI, DE GREGORIO, SPEZIALI, STRADIOTTO, DE LILLO, AMATO e BOLDI.

Donne, madri che siete costrette a denunciare i vostri compagni/mariti per i maltrattamenti o gli abusi inferti sui vostri figli abusati, aprite gli occhi... Questo reato è cucito su misura per voi!

IL PARERE
Educazione alla sessualità: ostacoli e pregiudizi
14/01/2018  Autrice: Dott.ssa Bruna Rucci, Psicologa-Psicoterapeuta
A seguito delle sconcertanti notizie giunteci, che vedono le ragazze italiane assolutamente ignoranti circa sessualità e metodi contraccettivi, abbiamo chiesto un piccolo approfondimento ad una psicoterapeuta che ci ha inviato le sue riflessioni e testimonianza.
Lo scenario che emerge è davvero preoccupante ed i genitori italiani risultano ancora troppo legati a dannosi tabù.

"Le giovani donne italiane sono tra le più ignoranti d ‘Europa in materia di informazione sessuale.
Da una recente indagine della Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), emerge che le giovani  donne italiane hanno informazioni non corrette sulla sessualità, ottenute da internet o dagli amici.
Alcuni dati?
  • il 56% non conosce la posizione esatta della vagina, figuriamoci se sa come avviene l’orgasmo in una donna. Molte mie giovani pazienti hanno l’orgasmo in modo “casuale”, ossia non conoscono i meccanismi e gli stimoli che le porterebbero al raggiungimento del piacere. Si “affidano“ al partner, anche lui mal informato, la cui “teoria” sessuale si basa su informazioni prese dai porno, con insoddisfazione e frustrazione reciproca.
  • il 42% delle italiane non utilizza nessun metodo anticoncezionale durante il primo rapporto, e anche chi usa la pillola non utilizza il preservativo nei rapporti occasionali, con conseguente rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. La pillola è usata dal 16% delle donne, ancora esiste la paura che faccia ingrassare e che gli ormoni facciano male.
La vendita dei preservativi è in calo.
Spesso anche i medici non sono preparati a fornire le giuste informazioni e il sostegno adeguato ai giovani nel compiere determinate scelte.
Da cosa deriva tutta questa disinformazione rispetto ad altri Paesi della Comunità Europea?
In Italia, complice perbenismo e tabù di derivazione cattolica, non si fa educazione sessuale, ed in questa lacuna siamo anche stati allertati dalla Comunità Europea. In Italia ancora si vuole evitare il problema. Oltre ad essere all’ultimo posto nella prevenzione sessuale di gravidanze e di malattie trasmesse sessualmente, siamo all’ultimo posto nell’educazione sessuale.
L’educazione sessuale nelle scuole è OBBLIGATORIA in tutta Europa dalla scuola materna, associata all’educazione contro i ruoli e gli stereotipi di genere.
In Italia non esiste una normativa chiara a riguardo, e il tutto è lasciato al caso, alla sensibilità ed apertura di presidi e coordinatori scolastici che devono scontrarsi con l’approvazione o meno delle famiglie.
In molti altri Paesi della Comunità Europea è materia scolastica, come la matematica.
Quindi doppio vuoto informativo per i ragazzi; la famiglia, spesso impreparata o addirittura contraria che si parli di sesso, omosessualità e contraccezione ai propri figli, e la scuola, senza una normativa precisa a riguardo.
Un vuoto familiare e istituzionale che porta i ragazzi all’informazione “fai da te”, con risultati negativi che arrivano anche agli stupri e all’utilizzo della donna come oggetto sessuale.
Eppure i giovani fanno sesso, male, senza precauzioni, spesso in modo occasionale e slegato da ogni valenza affettiva, di scambio con l’altro.
Ma tutto questo sembra non interessare ai politici, a chi redige programmi scolastici e nemmeno ai genitori, che preferiscono non sapere, o illudersi che i propri figli”ancora certe cose non le facciano”. Come psicoterapeuta esperta in sessuologia, mi è capitato in una scuola superiore di Roma, dopo aver ottenuto a fatica il consenso da parte dei genitori, per tenere un corso di educazione affettivo-sessuale, di vedermi costretta a lasciare a metà arrivata all’informazione sull’uso corretto degli anticoncezionali e del preservativo.
Eppure i ragazzi, nonostante i temi trattati, ascoltavano con interesse, facevano domande pertinenti, cercavano disperatamente quelle informazioni che nessuno era in grado di fornire loro, nel vuoto assoluto pieno di tabù e pregiudizi che vive la sessualità nel nostro Paese".
IL PARERE
Le conseguenze psichiche degli abusi sessuali nell'infanzia
24/12/2017  Autore: Dott. Andrea Mazzeo, Psichiatra
Maison Antigone ha chiesto ad uno psichiatra con esperienza ultratrentennale di illustrare le conseguenze degli abusi sulle vittime minorenni. Abbiamo ricevuto delle considerazioni davvero interessanti e che ci fanno comprendere quali possano essere le resistenze ad affrontare la pedofilia in modo incisivo e risolutivo ancora oggi, nel 2017. La nostra petizione/progetto di legge, dunque, diventa fondamentale per  sensibilizzare le coscienze e vi invitiamo a firmarla e a diffonderla.

"La psichiatria e la psicologia hanno trascurato per lunghi anni le conseguenze psichiche delle violenze e degli abusi sessuali subiti nell'infanzia preferendo soffermarsi sugli effetti di ipotetici e mai dimostrati conflitti intra-psichici e sulla ricerca, sino a ora infruttuosa, di ipotetiche cause organiche alla radice dei più gravi disturbi mentali.
Sigmund Freud era giunto a comprendere le cause dei disturbi mentali ma poi, per paura o vigliaccheria, ha preferito abbandonare quelle ipotesi, abbandonando così al loro destino i suoi pazienti.
Nel 1896 Freud tenne una conferenza alla Società di psichiatria e neurologia di Vienna, dal titolo “Etiologia dell'isteria” (cfr Opere complete di Freud, Ediz. Boringhieri, testo elettronico, pag. 2383). In questa conferenza “Freud espone, in modo specifico per l’isteria, la teoria del trauma sessuale precoce, e cioè della seduzione da parte di adulti subita nella prima infanzia” (dalle avvertenze editoriali). Freud dichiarò di non avere alcun dubbio sulla veridicità dei racconti fattigli dai suoi pazienti, che gli furono confermati anche da terze persone coinvolte in quegli episodi.
La conferenza suscitò molte critiche da parte dei medici presenti i quali consigliarono a Freud di abbandonare questa teoria pena la condanna all'oblio della nascente psicanalisi. Cosa che Freud ha fatto abbandonando la teoria della seduzione infantile da parte degli adulti e teorizzando che i traumi sessuali riportati dai suoi pazienti fossero solo loro fantasie e non realtà vissute traumaticamente.
Gli altri psicanalisti seguirono Freud su questa strada; solo uno psicanalista ungherese, Sandor Ferenczi, l'allievo preferito di Freud, restò fedele alla teoria del trauma sessuale precoce come causa di disturbi psichici. Ferenczi fu allontanato dalla Società di psicanalisi e venne fatto passare per demente.
Si deve arrivare al 1980, quando uno psicanalista statunitense, Jeffrey Masson, studiando gli archivi di Freud scoprì e rivelò al pubblico i motivi per i quali Freud abbandonò la teoria della seduzione in favore della teoria delle fantasie infantili e del complesso di Edipo. Il libro con il quale Masson ha fatto queste rivelazioni, “Assalto alla verità”, non è più in commercio; un estratto del libro si può consultare qui.
Successivamente è la psicanalista Alice Miller che ha approfondito i legami tra disturbi psichici e violenze a abusi sessuali subiti nell'infanzia; per questo motivo la Miller è stata espulsa dalla Società psicanalitica. Lo stesso destino di Ferenczi.
In Italia chi porta avanti il lavoro di divulgazione su Alice Miller è la psicologa romana Marta Petrucci, presente con una sua pagina Facebook.
Sul sito http://www.naturalchild.it/ si trovano alcuni scritti di Alice Miller.
Va ricordato anche il gruppo coordinato dallo psicologo Andrea Vitale che sta lavorando sulla teoria del deficit parentale (http://parentaldeficit.blogspot.it/).
Solo di recente la psichiatria e la psicologia stanno rivalutando, tra i fattori responsabili dei disturbi mentali, le violenze e gli abusi sessuali nell'infanzia.
Nel 2006 si è svolto a Madrid il XV congresso della Società internazionale per il trattamento della schizofrenia e delle altre psicosi (ISPS); nel corso del congresso sono stati presentati numerosi lavori scientifici focalizzati sugli abusi infantili come causa di psicopatologia dell'adulto. La rivista spagnola online Tendencias sociales ne ha dato notizia con un titolo forte: “L'abuso infantile è la prima causa della schizofrenia. Purtroppo è stato il sito ufficiale del congresso è stato hackerato, come si può vedere; questo fa comprendere che di abusi sessuali non si può parlare liberamente pena ritorsioni.
Uno dei lavori più interessanti presentati a questo convegno è quello di un gruppo di lavoro inglese che ha trovato delle correlazioni significative tra abusi sessuali subiti nell'infanzia e la comparsa di allucinazioni uditive (le famose voci) da adulti.
Siamo solo all'inizio di questi studi ma i risultati sembrano indicare un'importanza sempre crescente delle violenze e degli abusi sessuali infantili come causa dell'insorgenza di disturbi mentali negli adulti. Correlati a violenze e abusi sessuali sono vari disturbi di personalità, in primo luogo il disturbo borderline di personalità, oltre l'anoressia mentale, molte forme depressive e depressivo-ansiose, disturbi fobici e ossessivi.
Per ripetere un concetto di Alice Miller, “psicosi, droga e criminalità sono l’espressione cifrata delle prime esperienze infantili”.


LA VIOLENZA AI MINORI
L'intervento multidisciplinare fra professionisti e il ruolo dell'educatore professionale
18/12/2017  Autrici: Antonella Dalmonte e Luciana Piermattei, Educatrici Professionali
Maison Antigone collabora con diverse figure professionali che costituiscono la nostra rete di supporto per donne e minori vittime di abusi. Anche da questa sinergia è nata l'idea di una petizione e di una proposta di legge dirette a contrastare una piaga sociale quale la pedofilia.
Abbiamo chiesto il contributo di due operatrici professionali in ambito minorile al fine di comprendere meglio il fenomeno per poterlo combattere con efficacia.

"Il problema della violenza ai minori è sempre esistito nella storia. Purtroppo fa parte di un male congenito dell'umanità; attualmente riguarda milioni di bambini nel mondo.
Vittime dello sfruttamento, della povertà, dell'abuso cinico e bieco.
La devastazione nell'anima: ecco quello che deve cercare di “curare” chi si trova a dover seguire casi di minori abusati. Ci si trova difronte a bambine/i in età, in cui la serenità e la spensieratezza dovrebbero favorirne la crescita, e che sono invece lacerati dal più pesante dei tradimenti: quello subito da chi credevano fosse dalla loro parte!
Il fenomeno della violenza, è caratteristico di relazioni perverse, ove conflitti non risolti da una generazione, vengono espulsi in quella successiva.
A scatenare reazioni violente contro i propri figli nella maggior parte dei casi sono l'abuso di alcool e di stupefacenti, mentre la correlazione tra povertà e maltrattamenti, benché esistente, non sembrerebbe essere altrettanto costante. All'interno di ogni relazione familiare multiproblematica c'è sempre il cosiddetto “paziente designato” sul quale si scaricano le negatività dei membri più disturbati, in una sorta di mala eredità transgenerazionale.
Ci sono ancora profonde difficoltà emozionali nelle vittime, spesso coinvolte affettivamente con le figure familiari che compiono abusi su di loro.
Il timore di reazioni aggressive, di separazioni, di abbandoni o la paura di essere giudicati pazzi, cattivi o bugiardi, costituiscono i freni principali alla ribellione e alla rivelazione della violenza sia da parte dei bambini sia da parte (a volte) dell'altro genitore non abusante (spesso la madre) che pur intuendo o conoscendo addirittura l'episodio criminoso, non ha la forza di opporvisi.
La violenza ai minori è il più delle volte sommersa, quindi non facilmente diagnosticabile, è un fenomeno nascosto per il quale c'è una drammatica carenza di dati.
E' indispensabile, pertanto, costruire intorno al bambino e alla sua famiglia una rete di vigilanza, di cure e di sostegno fin dal grembo materno.

L'intervento in generale
Per combattere la violenza degli abusi dobbiamo soprattutto prevenire e poi curare la deprivazione. Dare una risposta corale in favore di tutti quei bambini abusati e maltrattati che coinvolga tutti, umanamente e professionalmente. E' importante sottolineare sempre l'”insieme” degli interventi.

L'intervento specifico multidisciplinare fra professionisti
E' necessario costruire un sapere comune per ottimizzare l'intervento creando un quadro di riferimento concettuale a cui attingere nei casi di abuso. Quadro di riferimento che può scaturire soltanto dal dialogo e dal confronto di diverse figure professionali quali: psicologi, assistenti sociali, insegnanti, educatori, giuristi.
Va sottolineato, pertanto, che è necessario sintonizzare e integrare i diversi piani di intervento: giudiziario, psicosociale , terapeutico e clinico. In questi anni abbiamo riscontrato numerosi casi di violenze ed abusi ai minori (spesso sommerse) collaborando con strutture quali Centri d'ascolto, Scuole e Case famiglia, operando in qualità di educatrici professionali.

Il ruolo dell'educatore professionale
Per meglio comprendere il ruolo dell'educatore professionale, nei casi di abuso ai minori è bene sottolinearne il profilo professionale.
In particolare le attività dell'educatore professionale si esplicano attraverso una gamma di interventi che si estendono in un arco molto ampio: di promozione o prevenzione primaria; di prevenzione più specifica con interventi precoci laddove si profilino occasioni di rischio o di difficoltà; di trattamento e reinserimento in presenza di difficoltà già manifestatesi. I vari interventi sono svolti in collaborazione con altre figure professionali.
L'educatore professionale nel merito del suo intervento, è il “tecnico della relazione”, è un operatore che, vivendo la quotidianità con l'utente è a diretto contatto anche con la sua “emozionalità”, e quindi in grado di conoscerne l'andamento.
Pertanto è una figura, in grado, di riassumere in sé le competenze per poter operare proficuamente, fermo restando il rispetto delle peculiarità delle altre figure professionali che risultano essere, comunque indispensabili, per mettere a punto una politica d'intervento mirata.
Insomma, come già detto, è necessario sintonizzare e integrare i diversi piani di intervento: giudiziario, psicosociale, terapeutico, clinico per arrivare a costruire un percorso integrato e sinergico risolutivo nei casi di violenza ai minori.
La scommessa è: mobilitare tante competenze per raccogliere e costruire “sapere condiviso”, garantite rispetto ad una cooperazione comunicativa".

 
IL PARERE: LA VIOLENZA E' UNA MALATTIA?
02/12/2017  Autrice: Dott.ssa Bruna Rucci, Psicologa-Psicoterapeuta
L'avvocato Maria Luisa Messiaggia in occasione di un convegno sulla violenza di genere presso la sala conferenze della Camera dei Deputati, presentando la onlus da lei fondata ed il Progetto "PerTeUomo" per gli uomini maltrattanti, ha annunciato la presentazione prossima di un ddl finalizzato ad introdurre l'applicazione di un percorso psicoterapeutico di auto aiuto mutuato dai percorsi per alcoolisti, in alternativa alle pene detentive per i condannati per maltrattamenti familiari.

La proposta di Legge dell'avvocato Messiaggia si basa sull'opinione che un uomo violento e maltrattante sia tale in quanto malato.

Noi di Maison Antigone, denunciando il rischio di depenalizzazione del reato di maltrattamenti, abbiamo chiesto alla dottoressa Bruna Rucci, psicologa e psicoterapeuta, un parere in merito a quelle dichiarazioni.

"La violenza nelle relazione è la forma di violenza più comune nella vita delle donne, in tutto il mondo, superando ogni altro tipo di abuso fisico e sessuale.
La comunità scientifica ha da tempo abbandonato la visione della violenza verso le donne come malattia psicologica, perché non può descrivere quello che accade, né generare strumenti efficaci di intervento.

1- Affermare che la violenza verso le donne sia una malattia di cui è affetto chi la esplica, non è confermato da studi e ricerche. Nel caso della violenza domestica i violenti aggrediscono fisicamente solo la loro compagna, moglie, fidanzata (a volte anche i figli). Quindi c’è una scelta razionale su chi attaccare, come, quando e dove, che la persona con reali disturbi psichici, come uno schizofrenico, non è in grado di fare. Il comportamento dei violenti non corrisponde, quindi, a quello di individui con problemi mentali o psichici.

2- Affermare che la violenza sia una perdita di controllo, ossia un “ raptus”, (termine caro a media e giornalisti per giustificare stupri e femminicidi) scatenato dalla incapacità di gestire rabbia e frustrazione, non corrisponde a quanto succede nella realtà.

Le ricerche e lo studio dei comportamenti dei violenti nei confronti delle donne, hanno evidenziato che il presunto raptus (momento di assoluto obnubilamento delle facoltà razionali), non si scatena mai verso colleghi, amici o passanti, ma è rivolto sempre contro moglie o fidanzata.

L’azione violenta è spesso preparata con cura. Pedinare la futura vittima, tenderle un tranello per incontrarla da sola, andare all’incontro con una tanica di benzina e sostenere dopo di non sapere cosa si stesse facendo, sono in aperta contraddizione.

Il violento abituale sceglie con cura le sue tecniche. Picchia solo in privato, o fa in modo di non lasciare prove e testimoni. Alcuni minacciano gli affetti della vittima (figli, animali domestici, parenti), facendo scelte razionali su come fare del male alla donna anche quando pretendono di aver “perso la testa“. In questi comportamenti, così studiati e selettivi, possiamo riscontrare patologia o disturbo psichico?

La violenza è un comportamento scelto in modo cosciente ed i suoi fini sono il predominio e l’abuso.

Chi è violento nei confronti della moglie o fidanzata, all’interno della relazione, lo è con lo scopo di ottenere il controllo psicologico e sociale su azioni, pensieri e sentimenti della partner.
 
Chi usa violenza verso la donna ha aspettative determinate su chi deve “comandare” e sui meccanismi ritenuti accettabili per sottometterla.

Dice alla donna cosa fare e si aspetta di essere obbedito, è convinto che lei non abbia diritto a sottrarsi al controllo, si sente giustificato ad usarle violenza.

Getta la colpa dei suoi atti sulla donna e non si sente responsabile o in colpa per il dolore, la sofferenza o la morte.

La violenza di genere è il risultato di relazioni sociali basate su dominio e diseguaglianza, e si nutre ed alimenta dalle giustificazioni culturali, religiose, economiche e politiche.
 
Finché nella società esisteranno, tra uomo e donna, disparità di ruoli, mentalità, peso economico, peso sociale, la violenza continuerà ad essere presente.

La violenza esercitata dagli uomini sulle donne è riconosciuta come una violazione dei diritti umani (ONU 1993 Dichiarazione per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne)".


IL COORDINATORE GENITORIALE: VERSO UNA FORMA DI TUTOR PER GENITORI?
17/11/2017  Autrice: Simona D'Aquilio
Sta lentamente emergendo una nuova figura professionale che affiancherà i Giudici che trattano la materia della separazione, divorzio ed affidamento dei minori: il “coordinatore genitoriale”. Soggetto non meglio specificato, senza un inquadramento specifico (non sarebbe propriamente un mediatore familiare) questi avrebbe il ruolo di contenere il conflitto della coppia genitoriale e tutelare il superiore interesse dei figli minori.
 
Tuttavia, per chi di diritto di famiglia si occupa da tempo, tale innovazione, importata dagli Stati Uniti, pare alquanto superflua ed, anzi, piuttosto sconcertante per i seguenti motivi:
 
in Italia esiste già ed è utilizzata la MEDIAZIONE FAMILIARE, percorso volontario e non costrittivo praticabile in caso di mera conflittualità genitoriale (e fra persone intelligenti ottiene ottimi risultati), mirante a dirimere ogni acredine fra coniugi al fine di ripristinare un dialogo costruttivo nell’interesse dei figli minori. La mediazione è attiva, ormai, nei consultori familiari ed a TITOLO GRATUITO. Non solo: ciò che accade in una mediazione familiare non può in alcun modo essere riferito a Giudice e/o avvocati, trattandosi di un colloquio riservato e di fiducia assoluta fra coniugi e mediatore il quale potrà solo rilasciare un documento che attesti se la mediazione è fallita (MAI quali siano i motivi del fallimento) o se si è giunti ad una risoluzione dei problemi più rilevanti (gestione dei figli, mantenimento, orari di visita ec…) che verrà, in seguito, trasposta da un legale in un accordo di separazione o di divorzio.

Tale efficace strumento, in realtà, in Italia non è mai decollato a pieno regime: molti avvocati ne diffidano, i magistrati tentano di inviare coppie litigiose in mediazione ma, sovente, invece di utilizzare i molti mediatori familiari accreditati presso gli uffici giudiziari ed i Municipi, delegano tale delicata fase ad un consulente del Tribunale il quale ha dei costi economici di non poca entità e, normalmente, non dovrebbe occuparsi di effettuare la mediazione familiare ma solo consulenze tecniche di ufficio volte a determinare la capacità genitoriale della coppia o altri aspetti psicologici della famiglia. Non solo, ci domandiamo anche se una donna che abbia subito seri maltrattamenti o violenze DOVRA' (come, purtroppo, siamo avvezze a vedere), sotto osservazione di un Giudice, ricostruire un dialogo con un uomo che ha fatto di tutto per distruggerla anche giudiziariamente. Inoltre, come già accennato, stiamo parlando di "professionisti" non meglio qualificati. Dovranno essere mediatori abilitati da anni? Assistenti sociali? Oppure basterà seguire un corso con un monte ore assolutamente insufficiente?
 
In ultimo, ma non di minore rilevanza, ci pare questa la deriva di un sistema il quale sembra faccia davvero fatica a comprendere che è NECESSARIO innanzitutto proteggere le vittime e solo in seguito capire se esista tra i coniugi un semplice conflitto, e non un maltrattamento, perché, a nostro avviso, un mero conflitto può essere oggetto di una buona mediazione familiare o altro percorso psicoterapeutico nel quale le parti si trovino sul medesimo piano relazionale. Un maltrattamento o, peggio, una violenza subita non consentono alcuna forma di REALE dialogo, neppure nel superiore interesse dei figli, e certamente non nell’immediatezza dei fatti.

A ben guardare, dunque, questa nuova figura del coordinatore genitoriale sembra partorita da un sistema giuridico filostatunitense al quale tanto piace istituire un tutor per i genitori ma che sembra avere un solo, amaro scopo: introdurre i costi di nuovi consulenti del Tribunale dei quali, onestamente, non si sente alcuna necessità.

LA OGGETTIVAZIONE DELLA DONNA NEI MEDIA: CONSEGUENZE SOCIALI E COMPORTAMENTALI
28/10/2017  Autrice: Michela Nacca
L'Italia ha un tasso decisamente elevato di molestie sessuali che vedono  come vittima privilegiata le donne e le bambine. A ciò si accompagna la costante oggettificazione della figura femminile nelle immagini divulgate dai media. Per "oggettificazione" o oggettivazione, intendiamo la percezione di una persona quale oggetto sessualizzato. Nella oggettivazione della donna viene posta in luce solo la sua capacità sessuale attrattiva verso gli uomini, sì da identificare la persona esclusivamente con il suo corpo, la sua sensualità o seduttività.

"L'influenza dell'esposizione a contenuti oggettivanti (TV, pubblicità e videogiochi) - della donna- è stata indagata in ottica psicosociale,  attraverso ricerche condotte dalle università di Padova, Milano-Bicocca e Trieste sulla rappresentazione femminile nella società contemporanea." (http://www.osservatoriodonnemedia.it/)

I risultati sono stati significativi ed allarmanti, specie considerando  l'influenza che tali immagini possono avere verso i più giovani che, ancora non avendo formato un senso critico, tendono ad assimilare  concetti subliminali tesi verso una violenza di genere.

Nelle ragazze, in base a degli Studi condotti dall'Università di Padova, l’oggettivazione sessuale di cui esse sono fatte bersaglio aumenta il rischio di soffrire di disturbi alimentari, di depressione, di disturbi  della sfera affettiva, che influisono negativamente sulle loro risorse cognitive e la capacità di prestare attenzione.

Le donne oggettificate o sessualizzate sono infatti disumanizzate, non  ne vengono considerati o addirittura sono negati i loro sentimenti, le esigenze, la sofferenza, i loro bisogni e capacità intellettive.

La oggettivazione, impedendo il "perspective taking" cioè la risposta  socio-emozionale dell'interlocutore, favorisce la non comprensione empatica della donna oggettificata, il mancato riconoscimento della sua  persona, impedisce di entrare in comunicazione con lei e, dunque,  agevola la commissione di altrui comportamenti anaffettivi, nei suoi  riguardi, ossia atteggiamenti violenti psicologicamente, affettivamente e  financo fisicamente.

La divulgazione di Video giochi violenti e fortemente sessisti (v. GTA)  fa  si che i ragazzi si identifichino in uomini aggressivi, dominanti e  competitivi, che volentieri utilizzano le donne per i loro bisogni sessuali e narcisistici, con violenza e senza alcun rispetto per la dignità femminile e la sofferenza della donna.

Le donne sessualizzate (o autosessualizzate) sono dunque destinatarie privilegiate di violenze, inoltre, in base a studi condotti  dall'Università di Milano-Bicocca, esse risultano per lo più oggetto di pregiudizi altrui circa le loro competenze professionali o accademiche.

Tutto ciò ci aiuta a piegare come mai Asia Argento, donna altamente oggettificata in quanto attrice conturbante che ha ricoperto ruoli cinematografici anche scabrosi, venga percepita come non-vittima nonostante le di lei affermazioni. E ciò anche da parte di molte donne.

LA LUNGA DI SCIA DI SANGUE NON SI ARRESTA: DONNE UCCISE O CONDOTTE IN FIN DI VITA DAI LORO COMPAGNI O EX COMPAGNI
31/07/2017  Autrice: Michela Nacca
L'anno 2017 è iniziato il 9 gennaio con quello che sembrerebbe essere stato un tentato femminicidio a danno di una ventiduenne di Messina, ad opera del suo ex fidanzato ventiquattrenne, di seguito accusato dalla Procura per tentanto omicidio.    

Già due giorni dopo, l'11 gennaio, a Rimini viene ridotta in gravi condizioni la ex Miss Gessica Notaro, sfregiata con l'acido dal suo ex fidanzato.

Il 12 gennaio a Milano viene trovata morta la cinquantacinquenne Tiziana Pavani. Dopo qualche giorno ha confessato un amico con cui ella intratteneva una relazione, sebbene sporadica.

Il 16 gennaio a S.Maria Capua Vetere è avvenuto il femminicidio delle cinquantenne Teresa Cotugno, uccisa con l'arma da fuoco detenuta dal marito, ex guardia giurata, poi suicidatosi.

Nello stesso giorno a Milano con 23 coltellate viene uccisa dal marito, reo confesso, la cinquantenne Rosanna Belvisi. L'uomo gia' nel 1995 l'aveva accoltellata.

Sempre a Milano il 25 gennaio seguente un pensionato di 71 anni ha tentato di uccidere la moglie con un coltello da macellaio, mentre questa dormiva.

Il 27 gennaio a Parma altro caso di omicidio-suicidio: la vittima è Arianna Rivara, 44 anni, uccisa dall'ex compagno cinquantunenne con strangolamento.

A Porto S. Stefano, sull'Argentario, il 16 febbraio 2017 è stata uccisa la sessantottenne Anna Costanzo, strangolata dal marito, reo confesso, due giorni dopo già  posto ai domiciliari.

In Sardegna il 2 marzo 2017, ad Iglesias, dinanzi i due figli la trentaduenne Federica Madau viene uccisa con diverse coltellate dal marito, reo confesso.

Il successivo 8 marzo a Cirò Marina viene uccisa Antonella Lettieri, 42 anni: l’autore  sembrerebbe  essere stato il marito di un'amica.

Il 18 marzo 2017 ad Orte un'altra donna è morta con un colpo di pistola, la ventottenne Silvia Tabacchi: secondo la Procura un caso di omicidio-suicidio ad opera del suo ex fidanzato.

Il 28 marzo un uomo, reo confesso, a Pinerolo uccide a coltellate la moglie di 52 anni, Battistina Russo.

Il 29 marzo a S.Maria Capua Vetere un altro caso di omicidio-suicidio: Gerarda Di Pietro, 77 anni, uccisa forse con un'ascia dal marito, che poi si è ucciso gettandosi da un balcone.

Sempre a marzo 2017 una donna di Rosolini, Laura Pirri, viene ricoverata con gravi lesioni per lo scoppio di una bombola. Mesi più tardi si scoprirà, grazie al figlio di 10 anni, che in realtà fosse stato il marito ad ucciderla, inscenando un incidente domestico per sviare le indagini.

A Caltagirone il 3 aprile viene uccisa dal nuovo compagno la 47enne Patrizia Formica.

Il 7 aprile a Pietra Ligure viene uccisa con  almeno 15 coltellate, inferte dal suo ex fidanzato, una ragazza ventunenne: Janira Damato.

Il 9 aprile a Lodi viene uccisa una donna di 65 anni.

Il 13 aprile a Camisano Vicentino viene uccisa a coltellate Nidia Roana Loza Rodriguez, 37enne, dal marito reo confesso.

Il primo maggio 2017, in pieno centro storico a Roma, viene uccisa con un peso da palestra, dal compagno reo confesso, la 47enne Michela Di Pompeo.

Vicino Lecce il 6 maggio 2017 una donna di 39 anni è stata salvata dai passanti: l'ex marito tentava di ucciderla con un martello.

Il 25 maggio 2017 a Segrate un altro caso di femminicidio-suicidio, tuttavia non riuscito pienamente: un uomo ha sparato alla moglie, la trentacinquenne Antonietta di Nunno, tentando poi di suicidarsi.

Il 12 giugno 2017 viene uccisa a pugnalate dal fidanzato la biellese Erika Preti, 28 anni, mentre erano in vacanza a S. Teodoro, in Sardegna. L'uomo ha confessato solo un mese più tardi.

Il 14 giugno a Busto Arsizio viene uccisa con 15 coltellate dal marito, reo confesso, la 52enne Diana.

Il 18 giugno a Chirignago, località di Mestre, un uomo di  cinquant’anni e di professione docente formatore, confessava di aver narcotizzato e poi ucciso soffocandola non solo la sua ex, la trentenne Anastasia Shakurova, di origine russa, ma anche il suo nuovo compagno, ingegnere aerospaziale.

Il 22 giugno Ester Pasqualoni, oncologa di 53 anni, viene uccisa a Sant’Omero (Teramo) sgozzata dal suo stalker.

Il 28 giugno 2017 Maria Grazia Russo, uccisa con tre colpi di  pistola a Montalto Uffugo dal coniuge, agente di  polizia penitenziaria nel carcere di Cosenza, poi suicidatosi.

Il 6 luglio 2017 a Bari una trentenne polacca, Anita Betata Rzepecka, sarebbe stata picchiata e lasciata morire agonizzante dal marito, incollerito per il fatto che ella non avesse  lavato i piatti!
Il 13 luglio seguente Donata De Bello, 48 anni, muore pugnalata più volte. Viene indagato il compagno.

Nello stesso giorno a Dragoni è stata uccisa a colpi di pistola ed in strada la 49enne Maria Tino: autore sarebbe stato l'attuale compagno. Ma già lo scorso anno Maria era sopravvissuta a 25 coltellate inferte dall'ex marito.

Il 14 luglio 2017 a Cagliari viene ridotta in fin di vita la ventiseienne Manuela Picci, picchiata a sangue dall'ex fidanzato che poi, credendola morta, si è suicidato.
Nello stesso giorno viene uccisa a Montepulciano una 42enne, per mano dell'ex marito.

Il 23 luglio a Musile di Piave (Venezia) viene uccisa a coltellate dall'ex marito, reo confesso, Maria Archetta Mennella, 38 anni.

Il 31 luglio a Tenno (Trento) altro caso di omicidio-suicidio: una ragazza ventiduenne viene uccisa con un'arma da fuoco dall'ex fidanzato, poi suicidatosi.

Il primo di agosto viene strangolata dal fidanzato 34enne, reo confesso, Nadia Orlando: anche lei aveva solo 21 anni e da tempo lamentava in famiglia l’eccessiva gelosia dell’uomo!

Il giorno 8 agosto a Santa Maria Navarrese, a nord di Villasimius, in Sardegna, veniva uccisa dal genero Anna Melis, mentre probabilmente cercava di difendere la figlia, rimasta ferita da una profonda coltellata alla gola inferta dall’uomo.

Il 17 agosto viene uccisa l’infermiera Sabrina Panzonato, dapprima ferita e poi freddata dai colpi di pistola sparati dal marito, ispettore di polizia. Il tutto avviene a Dogaletto di Mira, nel veneziano.

Alessandra Madonna muore a 24 anni a Melito. Viene arrestato l’ex compagno.


GLI STUPRI DI RIMINI E LE PAROLE DEL MEDIATORE
28/06/2017  Autrice: Michela Nacca
Abid Jee è, o era, un mediatore culturale e fino a qualche giorno fa lavorava presso un centro italiano che accoglie immigrati, gestito dalla cooperativa sociale "Lai Momo", che ora lo ha sospeso da servizio.

Ciò è avvenuto in quanto Abid Jee, avuta notizia del duplice feroce stupro avvenuto a Rimini ad opera di un branco di giovani, immigrati di prima e seconda generazione, commentava sul proprio profilo facebook:" Lo stupro è un atto peggio ma solo all'inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale".  

Affermazioni scioccanti, per molteplici ragioni.

Innanzitutto perchè espresse da un mediatore culturale: cioè da un uomo scelto per il suo livello culturale e linguistico, tale cioè da poter e dover "garantire" alle istituzioni italiane ed europee una mediazione tra le diverse culture: quella della nostra società occidentale accogliente e la cultura africana e medio orientale dei migranti.  

E' attraverso il lavoro dei mediatori culturali, infatti, che potrà essere possibile quell'integrazione che si è resa necessaria, come conseguenza di una geopolitica internazionale di cui la stessa Europa e l'Italia non sono certo state mere spettatrici.

Perchè proferite da uno studente di Giurisprudenza, qual è Abid Jee: dunque da un uomo che avrebbe ben dovuto conoscere l'Ordinamento che lo ha accolto, avendone studiato non solo la cultura ed i valori in generale, ma gli stessi istituti giuridici che quella cultura riflettono.  

Considerando poi che il Diritto Penale e lo studio delle sue istituzioni costituisce una materia fondamentale, prevista già al primo  anno di corso della Facoltà di Giurisprudenza, questi avrebbe dovuto ben sapere che, in Italia, così come in Europa, uno stupro è un REATO e non una modalità qualsiasi di rapporto sessuale lecito, realizzato cioè tra adulti consezienti. Ed è un reato proprio in quanto l'uomo e la donna dalla Costituzione italiana sono posti in una condizione paritaria: l'art. 3 riconosce infatti "pari dignità sociale" essi "sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso".

In terzo luogo perchè queste affermazioni fanno intuire quanto scarsa sia la consapevolezza di molti uomini, compreso Abid Jee, circa il fatto che, durante ed in conseguenza di uno stupro, la vittima della violenza sessuale non gode affatto. Anzi, soffre atroci dolori, nel fisico e nell'anima, che rimarranno indelebili e determineranno la sua vita negativamente.

Perchè tali dichiarazioni lasciano intendere che, nella cultura di Abid Jee, e nonostante i suoi studi linguistici e giuridici intrapresi da anni nel nostro Paese, sopraffare e violare sessualmente una donna contro la sua volontà evidentemente non è percepito quale atto di grave violenza e sopruso: dunque egli non concepisce il significato del consensus (del sentire con) nè il fatto che la differenza fra actus humanus e l'actus hominis è appunto la volontarietà, data dalla consapevolezza e dalla libertà dell'azione, da ambo le parti, come ben prima dell'Illuminismo insegnava San Tommaso D'Aquino nella sua Summa Theologiae e che, con le sue riflessioni filosofiche e giuridiche, in continuità con il pensiero aristotelico, costituisce uno dei pilastri della nostra cultura occidentale!  

Perchè le affermazioni di Abid Jee  sono così circostanziate e precise da far pensare che egli abbia vissuto in prima persona l'esperienza di uno stupro, dalla parte non certo della vittima!  
Sorprende infatti verificare che Abid Jee, pur studente in Giurisprudenza, nulla conosca del Diritto Penale italiano, ma sappia perfettamente descrivere le dinamiche di uno stupro, riferendo che nella fase secondaria  interviene spesso  un meccanismo psicologico e fisico di "blocco" nella vittima stuprata che, pur potendolo sembrare, non diviene affatto "calma" e ben disposta, ma solo estranea a se stessa, come morta!  

Perchè, nel momento in cui questo mediatore ventiquattrenne ha deciso di spiegare via facebook cosa sia lo stupro, precisando che "si gode come un rapporto sessuale normale" ha chiaramente voluto contestare lo scandalo e la condanna sociale giustamente suscitati dagli eventi criminosi di Rimini.

Perchè in queste sue parole si legge il punto di vista dello stupratore, che "gode" dello stupro, come si trattasse di un normale rapporto conseziente, mentre è totalmente obliato il punto di vista della vittima: Abid Jee, oggettificando la vittima, non considera affatto se la donna abbia sofferto o meno dello stupro, ma parla del godimento dello stupratore... oppure ha l'assurda pretesa di rivendicare un godimento anche da parte della vittima!

Infine perchè il suo intervento sembra quasi una excusatio non petita... dunque una manifesta confessione, che dunque come tale ci allarma socialmente!

Le affermazioni di Abid Jee sono di una violenza inaudita.

Ma lo sono molto più di quelle del Sindaco di Pimonte? Il quale, in riferimento ad uno stupro condotto con analoga brutalità su di una quindicenne sua concittadina, da parte di giovani italiani, nel luglio 2017 affermava essere stata solo "una bambinata"!

Non si tratta, forse, anche in questo caso di un atteggiamento di negazione del reato, della violenza agita e subita, del dolore inflitto?  

Anche nelle parole del Sindaco di Pimonte leggiamo una totale assenza di empatia verso la vittima  e, dunque, una incapacità a comprenderne i sentimenti, le emozioni, i bisogni, i legittimi diritti. Mentre l'atteggiamento è tutto rivolto alla giustificazione  dei carnefici, che passa attraverso lo svilimento della gravità orrenda di quanto commesso. Quasi che lo stupro non debba considerarsi in fin dei conti così grave ma, appunto, una modalità di approccio sessuale.

Ma se la cultura popolare italiana forse  non è  così distante da quella di Abid Jee, perchè allora temere che questo immigrato non possa attuare una adeguata mediazione tra le nostre culture, in realtà più vicine di ciò che crediamo o rivendichiamo?

Ovviamente la domanda è provocatoria... ma mette in luce tutta la schizofrenia della nostra società italiana!

I DIRITTI DELLE DONNE IN ITALIA
18/06/2017  Autrice: Michela Nacca
Lunghissima la strada, in Italia, per ottenere diritti civili femminili pari a quelli maschili:

solo nel 1945-1946 viene riconosciuto il diritto di voto alle donne.
Fino al 1963 alle donne era vietato partecipare al Concorso per Magistrati, Cancellieri.

Fino al 1963 le donne potevano essere legittimamente licenziate a causa di matrimonio o maternità. Solo da quell’anno un’apposita legge tutela le donne sposate e madri.

Fino al 1968 l’adulterio femminile era considerato un reato, dunque condannabile, a differenza di quello commesso da uomini.

Solo dal 1975 le mogli italiane non sono più costrette ad usare il cognome del marito, potendo continuare ad usare il proprio.

Solo dal 1975 viene riconosciuta una potestà genitoriale femminile pari a quella maschile. Fino ad allora la legge prevedeva una potestà maritale e paterna superiore. Il patrimonio familiare non è più gestito solo dall’uomo ma anche dalla donna, con l’introduzione del regime legale della  “comunione dei beni”.

Dal 1981 le donne sono ammesse in Polizia.

Solo dal 1981 è venuta meno la fattispecie del “delitto di onore”. Fino ad allora per l’omicidio di una donna da parte dell’uomo, per motivi di onore, si prevedeva una condanna con pena detentiva estremamente ridotta: dai 3 ai 7 anni. Già dal 1968 la Corte Costituzionale aveva considerato illegittima la norma, ma ci sono voluti  altri 13 anni prima che il legislatore intervenisse.

Fino al 1981 lo stupratore poteva estinguere il reato, sposando la vittima abusata (matrimonio riparatore).

Dal 1999 anche le donne possono essere assunte in Forze Armate.

Nel 2009 viene introdotto il reato di stalking.

Dal 2010, sulla spinta di precise direttive europee, vengono introdotte numerose novità per le madri su: flessibilità di Orari di lavoro, congedi parentali, incentivi per promuovere l’imprenditoria femminile.

2011 - vengono introdotte le “quote rosa” nei consigli di amministrazione, pari ad almeno 1/5 del numero totale, per incentivare l’ascesa professionale femminile, smantellando quel soffitto di vetro stagnante che di fatto anncora rende rara la presenza femminile ai massimi vertici dirigenziali.

2013 - obbligatorietà dell’arresto di chi commette stalking.

2013 Vengono stanziate risorse per la creazione di case-rifugio per donne abusate e vittime di stalking.

2015 la “quota rosa” sale ad 1/3.

2017 I figli possono assumere anche il cognome materno.


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