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MISCELLANEA
IL VOCABOLARIO SESSISTA... IN PROGRESS
1. "Tu non puoi farlo, non sei maschio"
2. "A che ti serve studiare, se poi devi badare a casa e figli"
3. "All'università ci vanno le poco di buono"
4. "Meglio che non studi, sennò ti vengono grilli per la testa e non sarai una brava madre"
5. "Nel tuo caso, meglio investire i soldi in un corredo, che in studi universitari"
6. "Ti avviso....ti laurei, ma poi dopo sposata è meglio che appendi la laurea al chiodo"
7. "le donne non entrano nei bar, lo fanno solo le poco di buono"
8. "Parli troppo, come tutte le femmine"
9. "Non farti vedere intelligente, o nessuno ti vorrà"
10. "Sarai libera di fare ciò che vuoi solo dopo sposata"
11. "Potrai dire la tua solo dopo sposata"
12. "Ti avviso....te la prendi che non sa cucinare" (rivolto al futuro genero).
13. "Devi fare quello che vuole tuo marito"
14. "Il lavoro di tuo marito prima di tutto"
15. "La casa è compito tuo"
16. "Non è necessario che lavori"
17. "Non devi dare confidenza ai maschi"
18. "Devi curarti e tenerti in forma per tuo marito, sennò non gli piacerai più
19. "Devi tenerti in forma, sennò tuo marito sarà legittimato a tradirti e lasciarti"
20. "Mi sono pentito/a di averti fatta diplomare"
21. "Ma perché, tu pretenderesti di educare tua figlia allo stesso modo del fratello? Si vede che non sei una madre adeguata"
22. "Pensi più al tuo lavoro che a cucinare"
23. "Come.....non sai neanche rammendare o ricamare?"
24. "E' una donna con le palle"
25. "Non stiamo a pettinare le bambole"
26. "Queste sono cose da femmine....queste sono da maschi"
27. "Dietro ad un grande uomo c'è una grande donna"
28. “Non credi che dovresti essere un po’ più femminile?”
29. “A te quello che manca è un fidanzato!”
30. “Hai imparato a cucinare? Complimenti! Ora sei pronta per sposarti”
31. “Le donne devono sentire di profumo, non di sigarette e alcool!”
32. “Non ti sembra di passare per una troppo facile andando a letto con tanti ragazzi? Sappi che ciò che dico è per il tuo bene”
33. “Lascia perdere, ti faccio vedere io come si fa”
34. “Quando fai un bambino? Attenzione che il tempo passa in fretta…”
35. “Se ti vesti in quel modo tanto provocante non pretendere che gli uomini si comportino bene con te”
36. “Con tuo fratello è diverso, lui è un maschio”
37. “Che giorno è oggi? Ti sono venute le mestruazioni?”
38. “Hanno dato il posto a lei. Sicuramente ha una relazione con il capo”
39. “Sei fortunata che tuo marito ti aiuti con i lavori domestici”
40. “Una signorina non dovrebbe dire queste parole”
41. “Se cammini da sola per strada ti può succedere qualcosa”
42. “Perché non ti curi di più? Così nessuno ti vorrà!”
28/09/2018   Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
LA LINGUA ITALIANA CHE SMINUISCE LA DONNA
Quando si affronta il tema della discriminazione femminile non basta parlare di statistiche, lotte e diritti fondamentali. La lunga storia che ha posto la donna subordinatamente all’uomo è infatti comprovata da ciò che è alla base dello stesso sistema sociale e di comunicazione: il linguaggio.
La lingua, la grammatica, i modi di esprimersi, sono tutte basi che vengono insegnate fin dalla tenera età: periodo della vita in cui la mente è particolarmente ricettiva e priva di ogni pregiudizio. Attraverso il linguaggio si insegnano ai bambini nomi, aggettivi, verbi e modi con cui si descrive il mondo esteriore: tali “segni” danno modo di formare e riempire di contenuti il pensiero, la personalità e la volontà del bambino che cresce, permettendogli di esprimersi agli altri nelle relazioni.
Per questo motivo, risulta fondamentale la scelta delle parole con cui la persona comunica se stessa e gli altri: il termine scelto nel nostro linguaggio verbale infatti rispecchia noi stessi e il valore che ci diamo, dando significato al nostro vivere quotidiano ed alle relazioni che intessiamo.
Durante la lunga formazione della lingua italiana si è tuttavia creata una disparità linguistica concettuale tra il genere maschile e quello femminile. Tale disparità è nata da un processo di creazione ideologica, di matrice maschile, utile a rispecchiare la posizione preminente raggiunta storicamente e socialmente dall’uomo rispetto la donna. Ciò ha fatto in modo che questa disuguaglianza indotta fosse espressa anche nel linguaggio verbale e nella comunicazione, oltre che nelle quotidiane dinamiche di potere.
L’esempio più lampante di questo tipo di linguaggio, che racchiude al suo interno molteplici significati discriminatori, si riscontra quando ci si riferisce ad una folla di donne a cui si aggiunge un solo uomo: la lingua italiana in tal caso insegna che bisogna indicare la folla come composta da “ragazzI”. Il motivo per cui ciò è concettualmente sbagliato non è certo perché, come direbbero in molti, vi sono più ragazze che ragazzi nella folla. L'enorme errore risiede nel fatto che, dicendo che vi è una folla di ragazzI, si elimina completamente quella che è la componente femminile, pur presente: si nega la donna, il suo valore, la sua stessa presenza. Questa spiegazione ad un primo approccio potrebbe risultare ostica, in quanto la società è abituata alla negazione della donna di fronte al genere maschile. Per questo motivo il fenomeno si può spiegare in maniera più immediata ribaltando i ruoli ed indicando dunque l'intera folla come composta da ragazzE: appare subito evidente che usando il termine “ragazzE” si intende un gruppo con componente unicamente femminile; quella maschile, eventualmente presente, verrebbe dunque completamente eliminata dalla definizione.
Si potrebbero fare ulteriori esempi di linguaggio discriminante. Basti pensare alla trasformazione che avviene quando si parla di un lavoro al femminile, aggiungendo il suffisso dispregiativo -essa.
Ciò dimostra che, fin dal linguaggio insegnato in periodo infantile, inizia quella disparità che accompagna la vita della donna ogni giorno: essa si insinua nei modi di fare e di essere; inconsciamente diviene un metro di disuguaglianza sociale, che viene usato talvolta involontariamente e crea come effetto una sottile ma costante quanto sminuente rappresentazione femminile, la quale nel tempo si stratifica nella coscienza sociale.
La ex Presidente della Camera Laura Boldrini ha condotto una campagna proprio in difesa del linguaggio declinato al femminile. “Il rispetto delle donne – ha detto – passa anche dal linguaggio” e di conseguenza anche l’agognata parità trova espressione per mezzo della lingua.
La Regione Emilia Romagna ha colto questa esigenza emanando la Legge Regionale del 27 giugno 2014, n.6, anche detta “Legge Quadro per la Parità e contro le discriminazioni di genere”. L'articolo n.9 della legge di cui sopra, intitolato “Linguaggio di genere e lessico delle differenze”, riconosce come “la lingua rispecchia la cultura di una società e ne è una componente fortemente simbolica e che l'uso generalizzato del maschile nel linguaggio è un potente strumento di neutralizzazione dell'identità culturale e di genere che non permette un'adeguata rappresentazione di donne e uomini nella società”. Raccomanda inoltre al personale l’uso del femminile negli “atti amministrativi e nella corrispondenza, per le denominazioni di incarichi, funzioni politiche ed amministrative” se destinati o riferiti a donne.
In un contesto in cui la battaglia verso l’emancipazione della donna è anche culturale, non bisogna dunque stupirsi se il lavoro femminile viene ancor oggi spesso considerato inferiore rispetto a quello dell’uomo. Le donne da decenni lottano attivamente per avere più diritti in ambito lavorativo, ma poi sono le prime a definirlo in modo dispregiativo. Perché dire “il presidente” è scontato, mentre “la presidente” appare tanto innaturale? Perchè chiamarci “avvocato” invece di “avvocata”?
È giunto il momento di dimostrare che le donne valgono, ed il messaggio deve passare in primo luogo da come e da quanto potere ci si attribuisce attraverso il linguaggio con cui le donne si appellano.
La società italiana è cambiata e la lingua ne deve riflettere il mutamento. La forza delle parole non descrive solo il mondo in cui si vive, ma lo plasma e ne stabilisce i capisaldi: per questo la donna deve soffermarsi ed imparare a trarre vantaggio da quelli che a prima vista possono sembrare solo particolari trascurabili della lingua italiana.
10/06/2018   Autrice: Eleonora Francica
PERCHE' SI DEVE USARE IL TERMINE "FEMMINICIDIO"
L'Accademia della Crusca fin dal 2013 ha definitivamente sdoganato il termine “femminicidio”, in risposta a coloro che ne condannavano l'uso, ricordando che in fin di conti esso non potesse essere considerato un neologismo, essendo nato già nel 1.800 in Inghilterra e che in Italia fin dal 1923 è stato utilizzato, per la prima volta, in ambito giornalistico e nel descrivere l'omicidio di una donna da parte del marito.
Invitandovi a leggere l'attento articolo pubblicato sul sito dell'Accademia della Crusca, ricordiamo che “ciò che dovrebbe essere condannato sono gli atti e non le parole che servono a denunciarli”.
Rosario Coluccia, spiegando il motivo circa l'urgenza di utilizzare il termine “femminicidio” anziché quello più generico di “omicidio” spiega :Il «femminicidio» indica l’assassinio legato a un atteggiamento culturale ributtante, di chi considera la moglie, la compagna, l’ amica, la donna incontrata casualmente, non un essere umano di pari dignità e di pari diritti, ma un oggetto di cui si è proprietari; se la proprietà viene negata, se un altro maschio si avvicina all’oggetto che si ritiene proprio, scatta la violenza cieca.
Io non so se questo atteggiamento sia generato da alcune abitudini della società in cui viviamo: una società che, insieme, esibisce sfacciatamente il corpo femminile visto come una merce e preferisce ascoltare chi urla e offende invece di riflettere sulla ragionevolezza delle argomentazioni. Chi mi conosce sa che non sono un parruccone pudibondo; mi ripugnano l’arbitrio, la mancanza di rispetto, l’offesa. Torniamo alla lingua. Se una società genera forme mostruose di sopraffazione e di violenza, bisogna inventare un termine che esprima quella violenza e quella sopraffazione. E quindi è giusto usare «femminicidio», per denunziare la brutalità dell’atto e per indicare che si è contro la violenza e la sopraffazione. Bene ha fatto la lingua italiana a mettere in circolo la parola «femminicidio»; il generico «omicidio» risulterebbe troppo blando.”
IL PROTOCOLLO EVA DELLA POLIZIA DI STATO CONTRO IL FEMMINICIDIO E LA VIOLENZA SULLA DONNE
La Polizia di Stato italiana dal gennaio 2017 ha adottato il Protocollo E.V.A.(Esame delle Violenze Agite), per combattere preventivamente la violenza familiare sulle donne, adottando uno slogan significativo “Se questo è amore”.
Nel giorno di presentazione del Protocollo, avvenuta il 6 marzo 2017,  e' stato proiettato  un video  sconvolgente, prodotto dalla Polizia di Stato. In  sottofondo audio sono state trasmesse registrazioni di chiamate d’emergenza in arrivo alle centrali di Polizia  da parte di donne disperate, vittime di  violenza. Tra le voci si sentono anche quelli di bambini, che gridano in sottofondo o essi stessi chiamano la Polizia per salvare la madre.
Oltre alla tutela offerta dalla legge, che va dagli strumenti dell’ammonimento al divieto di avvicinamento fino ai domiciliari e al carcere per i casi più gravi, la battaglia più importante si gioca, infatti, sul campo della prevenzione.
Il Protocollo, il terzo nella storia della Polizia di Stato, ha fissato delle linee guida e best practice per la gestione degli eventi legati alla violenza domestica, da parte delle forze sul campo e degli agenti in Sala Operativa, che a distanza coordinano e gestiscono tutti gli interventi.
Il Protocollo, adottato da tutte le Questure italiane, comporta  una standardizzazione degli interventi per tutte le Province e interforze, prevede la compilazione di una check-list e la creazione di  una banca dati sulle aggressioni negli specifici domicili, per permettere agli agenti della Polizia di Stato di conoscere in tempo reale la storia della famiglia attenzionata e cosi sapere  se in passato vi siano stati altri episodi di violenza.
In tal modo è ora possibile  tenere sotto controllo le situazioni familiari più a rischio,  anche in assenza di formale denuncia.
Nel gennaio 2017 sono stati attivati 290 moduli di Protocollo E.V.A. di cui 252 con l’uomo nelle vesti dell’aggressore. Nel 65% dei casi attivati l'aggressore era italiano, nei restanti casi erano  stranieri. L’età media dell’aggressore risultava  di 39 anni, 38 per la vittima. L’11% di questi moduli si è chiuso con un provvedimento pre-cautelare.
Vedi ed ascolta il video della Polizia di Stato al seguente link
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