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VORREI RACCONTARE UNA PICCOLA STORIA...

Maison Antigone
Pubblicato da in Storie di donne... al tempo del coronaviurs · 12 Marzo 2020
Ovvero come si vive e lavora da OSS in un piccolo ospedale di una fondazione privata, uno di quelli che non salgono alla ribalta perché combattono per la vita dei pazienti Covid19 positivi, ma che, non di meno, sono stati chiamati a fare la loro parte.
Si tratta di un piccolo ospedale di provincia, che ha una vocazione geriatrica, ha due reparti di riabilitazione geriatrica e specialistica, una RSA, un Centro Diurno e poco altro, un laboratorio di analisi, la dialisi e la radiologia.
In questi giorni terribili di pandemia, la struttura è stata contingentata per sostenere l'Ospedale pubblico, quello grande, cittadino che ha un afflusso continuo di pazienti malati di Covid19 e che è in grande sofferenza per tutto e che sta riorganizzando gli spazi interni per salvare vite e che, appunto per questo, necessita di "sollievo", di poter spostare alcuni pazienti per fare spazio ai malati di Covid19.
E così, in questi ultimi giorni, il mio piccolo ospedale si sta rivoluzionando. Sono stati dimessi moltissimi pazienti in riabilitazione e ne sono stati accolti, in un paio di giorni una ventina, più tutti quelli precedentemente accolti, nelle scorse settimane. In tutto abbiamo una quarantina di pazienti, molto molto malati e molto molto diversi dai "soliti" riabilitandi.
Per chi non è "del campo", occorre dire che, tra una quarantina di pazienti lucidi e orientati, collaboranti, tutto sommato sani, parzialmente autosufficienti, e una quarantina di pazienti malati cronici, anzianissimi, fragilissimi, totalmente dipendenti, non lucidi e non orientati, vi è una differenza abissale, sia dal punto di vista infermieristico, sia da quello assistenziale.
I nostri nuovi pazienti, infatti, sommano patologie gravissime, ed escono da lunghi ricoveri per episodi acuti, non ancora tecnicamente dimissibili, perché in cura con terapie lunghissime, o perché non si riesce a stabilizzarli, o perché in condizioni di fragilità sociale.
Il lavoro non si è semplicemente raddoppiato. Sono aumentate le cure di base, le cure igieniche, l'assistenza durante i pasti, le mobilizzazioni dei pazienti, sono aumentati i cambi di lenzuola. I magazzini della biancheria pulita sono sempre vuoti, non bastano mai le scorte. Le scatole di farmaci non trovano posto nei piccoli armadi di quello che era un reparto per aziani, sì, ma "sani", che avevano bisogno "solo" di riprendere a camminare, e che è diventato un insieme eterogeneo di pazienti reduci da sepsi, polmoniti, tumori, infezioni, ossa rotte, scompensi cardiaci, problemi nefrologici, ecc. Le diete sono tutte diverse, adesso. I pazienti sono quasi tutti da imboccare. Quasi tutti incontinenti. Quasi tutti non collaboranti e non lucidi. Pazienti con vasocostrizione, a cui occorre cercare accessi venosi impossibili, stomie, cateteri, flebo, antibiotici, antipiretici, chemioterapici... una varietà di farmaci cui non eravamo abituate.
La burocrazia è parimenti aumentata, i giri tra un reparto e l'altro, per cercare quello che manca, sono decine.
Quello che non è aumentato è il personale. E nemmeno le dotazioni di magazzino e di dispositivi di protezione.
Oggi sono arrivati 15 nuovi pazienti in appena due ore. Non so se si riesce ad immaginare quanto lavoro comportino 15 ingressi in due ore.
L'Ospedale pubblico ce li manda tutti secondo necessità. Uno, due, o dieci tutti assieme, hanno fretta di avere spazio.
Le fisioterapiste, che facevano la parte del leone, non hanno più pazienti. Per non lasciarle senza lavoro, sono state reclutate con le funzioni di OSS, per imboccare, far alzare, mettere a letto, apparecchiare, sparecchiare, ma non sono pratiche, non sono abituate e non sono contente. Eppure lo fanno.
I pazienti sono infelici. Sono stati spostati in un piccolo contesto, senza le comodità del grande ospedale, e, soprattutto, non possono contare sul conforto delle visite dei parenti e degli amici, perché sono vietate e hanno la prospettiva di una degenza molto lunga e molto solitaria. Per persone come i nostri malati, questo è gravissimo. Non solo li rende tristi, ma provoca in loro peggioramenti, decadimenti cognitivi importanti (e già quasi tutti hanno problemi in tal senso!), regressioni, astenie, forme depressive. E questo fa ancora aumentare il carico di lavoro delle operatrici sanitarie e delle infermiere.
Da domani, in una palazzina a parte, verranno ospitati anche i pazienti Covid19 positivi in remissione e questa orribile malattia farà il suo ingresso anche da noi, sempre per sostenere l'Ospedale pubblico.
L'atmosfera è greve. Tutti siamo obbligati ad entrare da un solo ingresso (quelli secondari, usati per ragioni di servizio sono stati chiusi), sottoporci a termoscan, disinfezione delle mani, triage. La mensa dei dipendenti e il bar sono chiusi già da dieci giorni. E non abbiamo le mascherine (solo una chirurgica - una sola! - da usare per tutto il turno) non abbiamo i sovracamici, non abbiamo cuffie, calzari o visiere. A noi con i subacuti non servono, dicono. Le avranno, spero, da domani, tutte le operatrici, le infermiere e le dottoresse che saranno in contatto con i pazienti Covid19 in remissione che arriveranno.
Si lavora tantissimo, si fatica tantissimo. Se serviranno 12 ore di turno, le faremo. Il tutto cercando, per i pazienti, di essere di buon umore e sempre, sempre gentili. Io, con la mia qualifica professionale, per meno di 1100 euro al mese, con un contratto a termine che si rinnoverà, ma ancora a termine e poi forse chissà.
E senza le donazioni, le manifestazioni di affetto della cittadinanza, le brioches e le pizze regalate da persone gentili, le foto sui social, perché siamo un ospedale di provincia, non "famoso" e non coinvolto in prima fila. Non abbiamo gli strumenti, non possiamo, ma lo stesso ci siamo anche noi e non abbiamo più tregua, né tempo per mangiare, bere, andare in bagno.
E quando si ringraziano medici e infermiere, nessuno pensa mai alle OSS. Eppure i pazienti vedono sempre noi, per prime. Noi corriamo quando suonano i campanelli per mille e mille motivi: "Mi è caduto il tappo della bottiglia", "non trovo il rosario", "mi aiuta a telefonare a mia figlia?", "ho caldo", "ho freddo", "ho paura. Da qui non esco più" "Dov'è mia figlia?" "voglio alzarmi" "Voglio tornare a letto", "ho male", "ma perché non mi date le medicine?", "voglio la padella", "sono sporco". Interminabili richieste, quintali di pannoloni da cambiare, pazienti da lavare, cambiare, parametri vitali da misurare e parole rassicuranti, tranquillizzanti. Pasti da somministrare, pazienti da convincere a mangiare un pochino, da imboccare, mille piccole attenzioni: che le magliette siano abbassate bene, perché i pazienti siano ben coperti e in ordine, i capelli pettinati, perché i pazienti non si sentano trascurati, pigiami puliti, calzini puliti, letti puliti, stanze in ordine.
Un po' ho paura. Il Covid19 è arrivato anche da noi e chissà cosa accadrà.
Mi sento un'eroina? No, direi solo stanca e spaventata.
Spero solo che i miei figli  capiscano che devono stare in casa e portare pazienza. Tornerà un poco di normalità, prima o poi e spero che faremo tesoro di tutto questo. Altrimenti sarà stato inutile.
Grazie
Chiara
PS. non metto riferimenti geografici, né il mio cognome, per tutelare la privacy dei miei pazienti



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