Vai ai contenuti

L'UOMO MALTRATTANTE

Maison Antigone
Una lettura del fenomeno a partire dall'esperienza del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Roma
Pubblichiamo un contributo del Dott. Andrea Bernetti, psicologo del CAM (Centro Ascolto Maltrattanti) il quale si occupa da molti anni di uomini maltrattanti. Avere un confronto con diverse professionalità ci consente di operare al meglio nella prevenzione della violenza che, spesso, potrebbe essere fermata prima dei tragici epiloghi che leggiamo sui giornali, se solo si conoscessero i meccanismi psicologici sui quali intervenire subito.

Chiama un uomo, piangendo, è tornato a casa e non ha trovato nessuno, né la moglie, né i figli. Sono passati alcuni giorni, ha provato a chiamarla ma non ha ricevuto alcuna risposta, le ha scritto ma lei non ha letto. Ci chiama perché qualche mese prima sua moglie gli disse di contattarci, perché doveva cambiare, ma lui allora non lo ha fatto. Lo accogliamo il giorno dopo, piange ancora, non capisce cosa gli stia succedendo, non sa come fare e non sa darsi pace. Gli chiediamo cosa succedeva nel suo rapporto, lui ci racconta che era molto geloso, che si arrabbiava spesso, ma lo faceva perché lei e i suoi figli sono l’unica cosa che ha al mondo, non voleva perderli. Gli dico che molto probabilmente la donna con i bambini è in una casa rifugio, non è raggiungibile e presto avrà informazioni in merito, che dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda. Lui non capisce, non si capacita. Dice che da solo non sa come fare, che senza di loro non ha nulla, non è nulla.
 
Quest’uomo è uno dei tanti uomini che ci hanno chiamato e dei tanti che ci contatteranno. Noi siamo il CAM di Roma, il Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti. Siamo uno dei pochi centri in Italia che offrono un’opportunità di cambiamento agli uomini che agiscono o temono di agire una qualche forma di violenza contro donne e minori nelle loro relazioni affettive. Un progetto in Italia piuttosto innovativo, se pensiamo che il primo centro è nato nel 2009 a Firenze e noi a Roma siamo nati formalmente nel 2014 e attivi dal 2015, mentre nel resto d’Europa già negli anni 80 esistevano esperienze simili.
 
Le storie che abbiamo ascoltato in questi anni sono diverse tra di loro, alcuni ci contattano ai primi episodi, altri quando la situazione è esplosa, altri ancora mentre hanno un procedimento penale in corso. Ma ci sono alcuni elementi che ritornano in queste storie, elementi che ci fanno intuire che quel che si agita nella violenza di genere è qualcosa di molto profondo che riguarda tutti noi e che parla della nostra cultura e di come ogni uomo (inteso come genere) si costruisce la propria identità e le proprie relazioni in questa cultura.
 
La violenza degli uomini contro le donne c’è sempre stata, ma fino agli anni 50 del secolo scorso era una violenza pienamente iscritta nelle regole sociali, una violenza che potremmo definire affermativa. In sostanza la cultura indicava l’uomo come l’unico soggetto sociale, come una sorta d’istituzione che vantava, per il solo fatto di esistere, un riconoscimento e alcuni privilegi. La donna non era un vero e proprio soggetto socialmente riconosciuto, era piuttosto un oggetto di possesso, e in questa logica era concepibile e culturalmente accettato che la violenza dell’uomo potesse essere uno degli strumenti legittimi per affermare questo potere sulla donna.
 
Dagli anni 50, con quella che Pasolini definì come la “mutazione antropologica”, anche la violenza di genere cambia significato, non è più, progressivamente, una violenza “affermativa”, ma una violenza “disperata”, un tentativo, disperato appunto, di riportare al passato qualcosa che è cambiato, ma anche di riuscire a stare in un mondo che non si capisce e non ci garantisce un’identità.
 
L’uomo diventa quindi una delle tante “istituzioni autoreferenziali” che entrano in profonda crisi. Tutti quei soggetti che si sono vissuti come istituzioni scontatamente date, in qualche modo fuori dal tempo e dal mondo, immutabili e imprescindibili, cioè quei soggetti del “lei non sa chi sono io”, del “pretendo rispetto”, ad esempio la scuola, la politica, i genitori, la sanità, entrano in profonda crisi perché non riescono a costruire il rispetto attraverso la credibilità e la capacità di generare risposte valide, lo pretendono in maniera autoreferenziale a partire da un ruolo, da una posizione acquisita.
 
L’uomo, il maschio, è una delle tante istituzioni in crisi, perché in secoli di posizione di potere scontatamente dato non ha affinato le sue capacità di comprendere il mondo e di sapersi adattare ad esso, competenze emozionali, espressive, relazionali, affettive.
 
Le donne, nei secoli passati, ogni metro vissuto fuori dalle mura domestiche se lo sono conquistato con determinazione e competenza: le prime donne che si sono laureate, quelle che hanno iniziato a lavorare fuori dal contesto familiare, ad uscire, a dire la propria, che hanno scelto liberamente il proprio modo di essere al mondo, che hanno manifestato e fatto lotte politiche, lo hanno fatto dimostrando ad un mondo scettico e ostile di poterlo fare, quindi mostrando il proprio valore, la propria identità, le proprie capacità, i propri obiettivi.
 
Noi uomini, in quanto uomini, cioè in riferimento alla nostra identità di genere, questo percorso di uscita dal contesto sicuro non l’abbiamo mai fatto in maniera ampia e sistematica ed è proprio per questo che culturalmente abbiamo attualmente una grandissima difficoltà a dare senso e motivare la nostra presenza al mondo al di fuori di stereotipi e modelli culturalmente dati, al di fuori dei contesti rassicuranti, per questo abbiamo una grande difficoltà a parlare delle emozioni, a condividerle, a socializzare i nostri vissuti più profondi.
 
Gli uomini che ci contattano raccontano di questa violenza disperata, cioè del tentativo disperato, difronte all’incapacità di stare in questo mondo non più certo e accogliente a priori, di avere una donna “oggetto” che li rassicuri di avere una identità, un ruolo, un posto al mondo garantito, in cui sentirsi uomini “come una volta”. Queste donne funzionano come “stampelle”, sono le stampelle su cui gli uomini poggiano la loro identità zoppa, inadeguata sia nei confronti di stereotipi e modelli (fortunatamente) irreplicabili del passato, sia nei confronti di un mondo privo di garanzie.
 
Come ci ha detto quell’uomo citato in apertura, “senza di lei non sono nulla”. Quest’affermazione non ha a che fare con l’amore, con la nostalgia e il lutto per la fine di un amore, che possono farci sentire vuoti e persi nel momento della perdita, queste parole ci raccontano il vissuto di una identità maschile che, nel momento in cui perde la “stampella”, si sente inadeguata, una nullità.
 
La relazione che l’uomo propone alla donna “stampella” ha però anche il suo fascino, perché è attraente e accattivante sentirsi come la donna che, unica al mondo, può rendere quell’uomo felice e completo, sentirsi in qualche modo voluta, cercata, desiderata. Anzi molto spesso, proprio per attrarla, l’immagine che viene offerta è quella della donna al centro del mondo, su cui tutte le attenzioni dell’uomo si focalizzano, tutte, troppe…. Regali, sorprese, messaggi, feste, cene, galanterie, spesso sono il modo bello e seducente con cui per primo si mostra la violenza.
 
All’inizio quindi la relazione può essere vissuta come un vero amore, anzi spesso come qualcosa di straordinario. In questo possiamo notare una forte similitudine tra il comportamento mafioso e quello del maltrattante: il mafioso si mostra con macchine, soldi, oro sul petto, donne, offre un’opportunità di essere come lui potente, offre la sensazione di  forza e potere, ma in cambio chiede un asservimento totale, un possesso senza più via d’uscita; così anche l’uomo si mostra con una grande capacità seduttiva e manipolatoria, per poi privare di libertà la donna.
 
Pur avendo le sembianze di una storia d’amore è sin dall’inizio, anche, una storia di violenza, dapprima violenza psicologica non facilmente percepibile, un lento lavoro di attrazione e di incatenamento a regole limitanti la libertà. Progressivamente la donna diventa una stampella, preziosa, essenziale, fondamentale, insostituibile, ma pur sempre una stampella, un oggetto.
 
Questo è il fondamento della violenza: la trasformazione di una persona e degli affetti in oggetti.
 
L’oggetto non muta, lo può mutare chi lo possiede ma esso non muta, questo è il punto centrale, la perdita totale della libertà di cambiare, di esprimersi, di essere se stessi.  
 
Fino a quando la donna non reclama questo diritto fondamentale a essere se stessa il rapporto continua senza problemi, pur essendo già violento, ma nel momento in cui la donna sente la necessità di tornare ad essere soggetto e non più oggetto, esplode la relazione e si palesa la violenza.
 
Gli uomini arrivano al CAM in questo momento mostrandosi, potremmo dire coerentemente, come vittime, si sentono veramente tali e nella loro logica non possono essere che vittime di un tradimento.
 
Sostanzialmente quello che dicono è questo: c’era un accordo tra di noi, lei mi faceva da stampella, io mi sentivo così completo e sicuro, lei, in quanto stampella, non avrebbe mai avuto alcun problema, ora lei ha tradito questo accordo e io mi trovo a terra, un uomo perso e senza strumenti per stare al mondo. Il suo tradimento è una minaccia alla mia stessa vita, io ho il diritto di difendermi cercando di riportare la situazione alla condizione ex ante, oppure ho il diritto di vendicarmi.
 
Gli uomini si presentano come vittime e in questo senso giustificano la propria violenza, pur formalmente magari accettando di aver fatto un errore. La loro domanda, nei nostri confronti, è una domanda magica di restituzione di una condizione persa: convincere lei a tornare sui suoi passi, confermare la sua teoria che lui è una vittima e lei è una pazza, diventare noi, in qualche modo, la sua nuova stampella consolatoria.
 
Quel che è importante capire è che per gli uomini in questa situazione è in gioco non semplicemente la fine di una relazione, ma la loro stessa vita, la loro possibilità di essere al mondo, per questo diventa possibile la violenza, fino alla morte, perché di vita o di morte si tratta.
 
Raccogliere questo tipo di domande significa analizzarle sviluppando un percorso di risignificazione del senso stesso del venire al CAM, dalla domanda magica di restituzione di un potere, illusorio e impotente, perso, ad una domanda di sviluppo delle loro capacità di adattarsi al mondo, ai cambiamenti, di superare le modalità relazionali fondate sulla pretesa (“fammi da stampella”), sulla lamentazione (“non sei più la donna di prima”), sulla diffidenza, sul controllo, emozioni che si coagulano nel vissuto della gelosia, del tradimento, del “non mi dai più alcuna importanza”. Vissuti che ci riguardano tutti, che nell’uomo maltrattante si radicalizzano nelle forme della violenza e della vendetta in quanto egli ha la percezione che sia in gioco la vita, la capacità di esistere al mondo.
 
Abbiamo provato brevemente a dare una lettura e una descrizione di ciò che avviene quando un uomo viene al CAM e di cosa lo porta a noi, una lettura che non vuole essere esaustiva, ma che permette di dare senso a molte delle vicende connesse alla violenza di genere, un approccio, questo, che, inoltre, unisce la visione psicologica e culturale del problema della violenza. Da anni, e ancora oggi, prosegue la stucchevole discussione se la violenza di genere sia un problema psicologico o culturale, discussione che possiamo superare con un approccio psicosociale, al quale la nostra proposta di lettura si rifà, approccio per cui i due elementi sono in costante dialogo, perché non esiste individuo senza contesto e contesto senza individui, in cui lo psichico è rintracciabile nel contesto come nelle persone.
 
Per un approfondimento sull’approccio psicosociale vi consiglio la lettura  di “Analisi della domanda – Teoria e tecnica dell’intervento psicologico” Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia. Ed. Il Mulino 2003.



Torna ai contenuti