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ANTONIETTA GARGIULO: UNA SANTA MARIA GORETTI DEL XXI SECOLO?

Maison Antigone
Il caso di Antonietta Gargiulo, aggredita il 28 febbraio scorso dal marito, il quale l’ha gravemente ferita con la propria pistola di ordinanza per poi uccidere le loro due bambine Alessia e Martina, ha scosso profondamente le nostre coscienze. Tutti indistintamente abbiamo sperato sino alla fine che le piccole potessero essere ancora vive, nonostante la lunga trattativa dei Carabinieri non lasciasse presagire nulla di positivo.
Il drammatico epilogo ci ha posti, ancora una volta, dinanzi alla gravità della situazione di moltissime donne separate. Ancora una volta, noi operatori del diritto ci siamo sentiti invasi  da un senso di impotenza, di profonda inadeguatezza a proteggere le vittime di violenza. A questo si è aggiunto il senso di rabbia, di frustrazione per una storia troppo uguale a molte altre, tratteggiata chiaramente in ogni aspetto dal racconto che i media hanno fatto della vicenda personale e matrimoniale di Antonietta Gargiulo.
Capasso ha organizzato la propria vendetta in modo meticoloso, preciso, puntuale senza alcun tentennamento in quella che sembra essere stata una vera e propria esecuzione delle proprie bambine.
Di Antonietta Gargiulo, subito dopo i tragici fatti, abbiamo saputo che era in ospedale e che alla vigilia dei funerali delle figlie le è stata data la notizia che nessuna madre vorrebbe mai avere.
I fatti che ci preme analizzare, oggi, si sviluppano fra il prima ed il dopo figlicidio con un drammatico fil rouge che delinea l’intera vicenda: quello del perdono.
Durante le esequie delle povere Alessia e Martina, il parroco ha pronunciato una frase che ha destato un subitaneo mormorio in tutta la chiesa:”La famiglia ha perdonato”. Una frase che, a ben guardare, è molto più di una mera comunicazione di un fatto, di una volontà della vittima e della sua famiglia. Una frase che è arrivata come un tuono, un colpo ulteriore alla memoria delle bambine trucidate dal loro padre. Una frase che, forse, porta in sé l’essenza di ciò che è accaduto sotto gli occhi di un’intera comunità.
Il parroco evoca un perdono TOMBALE, un vero e proprio masso sepolcrale a copertura definitiva di qualunque commento, polemica, domanda circa le azioni di Capasso ma siamo certi che si riferisca SOLO a Capasso? Non è, forse, più probabile che si sia sentita l’esigenza di mettere a tacere qualunque senso di colpa, rigurgito inconscio e domanda su cosa si potesse fare per evitare questo dramma?
Il perdono, si sa, è frutto di una profonda elaborazione del lutto, di un’analisi dei fatti, di una sedimentazione della rabbia, di una consapevolezza tale che porta la vittima a sostenere di aver superato il proprio trauma tanto da poter perdonare il proprio carnefice.
Il perdono di Antonietta Gargiulo, offerto dal parroco alla propria comunità, sembra invece il frutto di una sorta di rapida liquidazione di un evento scomodo, che potrebbe far tremare ancora a lungo le coscienze. Il perdono di Antonietta è più simile a quello di una santa che non a quello di una donna, di una madre privata delle proprie figlie.
Noi siamo persuasi che non abbiamo bisogno di nessuna Santa Maria Goretti del XXI secolo ma solo di Giustizia, possibilmente umana e non divina…
Allora un’altra questione si pone alla nostra analisi: l’immagine di Antonietta introiettata dalla comunità e dallo stesso Capasso. Un’immagine di martire, forse, di una donna ferita, tradita più volte dal marito, picchiata, maltrattata in privato e, dopo, in pubblico ma che sopporta in silenzio, con dignità, che non denuncia ma cerca un aiuto umano fra conoscenti e superiori del marito. Una donna di tal fatta, con la propria decisione di separarsi, però, cambia le regole del gioco. Lo stesso Capasso ne resta spiazzato per primo: sua moglie non lo perdona più, non accetta più maltrattamenti pubblici e privati e si ribella!
Eppure questo cozza profondamente con la donna che egli conosce e che non può che perdonarlo!
Il perdono, quello che Capasso cercava pur continuando a fare la propria vita fuori casa, con l’ultima delle sue amanti, arriva come uno schiaffo in volto durante il funerale di Alessia e Martina. Arriva assolutamente fuori luogo quindi inaspettato. Arriva come messaggio ad un’intera comunità, un messaggio che sembra dire:”Perdoniamoci perché sapevamo e non abbiamo agito, non abbiamo aiutato a sufficienza Antonietta. Se lei perdona, chi siamo noi per continuare a riflettere su questa vicenda?”.
Non è azzardato ciò che veniamo ricostruendo nella nostra analisi. Non lo è perché la tempistica del perdono è stata frettolosa e la comunicazione è stata fatta pubblicamente.
Non è azzardato, dunque, sostenere che il parroco ha dato a se stesso ed ai propri fedeli il solo messaggio che poteva alleggerire le loro coscienze: Antonietta perdona come la povera santa Maria Goretti la quale perdona il proprio assassino, in punto di morte.
Non vogliamo entrare nelle dinamiche personalissime di una donna ferita a morte ma abbiamo il dovere di chiederci: è questo che vogliamo? Il supremo sacrificio di una donna, di una madre che RINUNCIA a qualsivoglia forma di giustizia perché avrebbe perdonato? Siamo sicuri che ciò non si traduca, di nuovo, nella resa della Giustizia? Nella delega al divino di ogni forma di giudizio e, quindi, di risarcimento sociale di ciò che accade quotidianamente in Italia?



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