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La conoscenza e l'analisi dei fatti, della storia, sono fattori fondamentali per il processo di costruzione e di sviluppo di una società diversa.
Attraverso questi piccoli approfondimenti vogliamo dare anche noi un aiuto concreto, anche se modesto.

         
                   
QUANDO IL MOTHER SHAMING DIVENTA ISTITUZIONALE
Alle donne non è consentito essere povere, né troppo anziane, né troppo giovani, né troppo amorevoli e protettive verso i figli
12//12/2018  Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
Il dramma di tante madri a cui i Tribunali hanno sottratto i figli, anche in tenerissima età, con i più disparati motivi: un preoccupante fenomeno in emersione che potrebbe diventare legge.
    Giulia come Teresa, Laura, come Luana, come Antonella, Chiara, Beatrice, Lara, Flavia, Imma, Sabrina, Michela, Mariateresa, Ginevra e tante altre...
Si tratta di un esercito di Mamme che sono state private dei loro figli in tenera età, senza averli più potuti vedere e sentire per mesi o addirittura per anni... senza che esse avessero fatto NULLA... se non AMARE i loro figli.
Perché si tratta di madri che non hanno mai ucciso, non hanno mai picchiato i loro bambini, non li hanno denutriti, abbandonati, maltrattati, vessati, minacciati o sviliti, mamme che non usavano droghe né alcool, mamme non affette da psicosi omicidiarie, assolutamente non pericolose ma anzi, amorevoli e accudenti!
A chi non ha esperienza di simili storie tutto ciò sembra inverosimile... ma non lo è affatto!
E presto, specialmente se dovesse essere approvato il cd ddl “Pillon” o uno dei suoi ddl gemelli in discussione alla 2 Commissione del Senato, potrebbe accadere a chiunque: anche a madri e padri ancora coniugati, nonché a bravi padri, single o separati!
Oggi, nel moderno cinismo violento in cui viviamo, in cui tutto è business, complice la profonda ignoranza e l'indifferenza, l'amore materno, quello vero perché protettivo e accudente, da fastidio... diventa addirittura "malattia" e sinonimo di inadeguatezza!
Idem la povertà di una madre!
Così delle CTU e servizi sociali, spasmodicamente preoccupati di salvaguardare il cd “diritto alla bigenitorialità” sopra tutto e tutti, nonché un principio di “migliore interesse del minore” reinterpretato tuttavia a modo loro e con effetti paradossali, sempre più frequentemente decidono che le mamme povere e quelle che "amano troppo" i loro figlioletti siano considerate inadatte... dunque non possano e non debbano crescere e frequentare i loro bambini!
Lo Stato, quando in mano a persone indifferenti e che non vivono responsabilmente il loro ruolo, si fa esso stesso maltrattante e violento... ma all'ennesima potenza! Perché come ordinamento, per di più statale, esso è più forte di un cittadino e di una cittadina: perché esso detiene e usa strumenti governativi, legislativi, giudiziari e di polizia, per agire ed implementare l’efficacia della sua violenza!
Le mamme vittime di violenza domestica, in attesa di una giustizia penale troppo lenta e spesso ancora troppo sorda e cieca, ma soprattutto muta, durante i procedimenti giudiziali civili di separazione vengono sempre più frequentemente oggi reputate come le uniche responsabili dell'incapacità dei loro ex compagni, abusanti psicologicamente e fisicamente, in quanto non facilitando i loro aguzzini ostacolerebbero i medesimi a calarsi nel ruolo paterno… ruolo che oggi, per la mala interpretazione della legge sulla bigenitorialità, di fatto non viene mai meno ed è difeso ad oltranza, oltre ogni ragionevole possibilità, opportunità e necessità!
Queste madri anzi vengono addirittura considerate complici "collusive" delle stesse violenze da esse subite, additate come "alienanti" perché si son permesse di ribellarsi e di denunciare le violenze e perché continuano a perseverare in un atteggiamento di difesa, che se vivessimo in un mondo normale e ragionevole, dovrebbe esser considerato comportamento del tutto lecito... anzi DOVEROSO!
Ma oggi non è più cosi... non in alcune aule di Tribunali (per fortuna non tutte!)... non per tante CTU, sempre più numerose in questi ultimi mesi, che leggiamo e ci giungono da tutta Italia!
Oggi chi ama e vuole proteggere dalla violenza o da situazioni di maltrattamento il proprio bambino o la propria bambina, è lei stessa considerata eo ipso una donna maltrattante, posta sotto accusa e allontanata incredibilmente dai figli!!!!!
Tuttavia alcune CTU e Sentenze di Tribunali ordinari e Tribunali per i minori vanno anche oltre... superando ogni perversa immaginazione!
È sufficiente che una madre assecondi il sogno del figlio maschio di diventare un nuovo Bolle praticando la danza classica... basta che la mamma non imponga con la forza e le minacce ai figli di andare a trovare il padre, quello stesso che li ha abusati e che ovviamente temono... È sufficiente che la mamma non punisca l’abbigliamento scelto dal figlio. Oppure basta che la mamma chieda ai Giudici di evitare i pernotti infrasettimanali presso il padre, come questi pretende (strategicamente... ovvio!) in quanto vivendo questi a 40 km di distanza, sottoporrebbero il figlioletto di otto anni, che pur deve tornare a scuola l'indomani ogni mattino, a sobbarcarsi viaggi quotidiani faticosissimi...
In tutti questi casi e molti altri la madre è stigmatizzata come "alienante" la figura paterna... dunque inadeguata, venendole proibito goni contatto con i figli!
Per il ddl 735 cd "Pillon" dal nome del suo primo firmatario e per il ddl 45 cd "De Poli – Binetti, non ci sarà neppure bisogno di provare comportamenti e fatti “alienanti” ! Basterà una semplice richiesta materna interpretabile come ostacolante all’esercizio della genitorialità dell’altro genitore, o che il bambino rifiuti o manifesti disagio negli incontri con il padre, che ciò sarà sufficiente per presumere che ciò sia frutto non di qualche violento atteggiamento paterno ma di alienazione materna! Praesumptio juris ac de jure!
Di più… la alienazione diventerà un reato e, come tale, gravemente punito!
Presto dunque potremmo avere centinaia di madri amorevoli in carcere per “troppo amore” e, dunque, perché “alienanti”!
Ma la alienazione genitoriale non esiste... Non è contemplata in nessun manuale psicodiagnostico come patologia psichiatrica!
È un fake costruito ad arte trent'anni or sono da un medico millantatore americano che scriveva e diceva ai suoi fedeli allievi di voler "normalizzare" la pedofilia. E intanto si arricchiva difendendo padri pedofili nei tribunali come CTP (vendendosi come Professore docente della Columbia University pur non essendolo!) proprio grazie alla sua creatura fantasiosa e perversa: la alienazione genitoriale!
Si tratta della stessa alienazione sostenuta dalla Collega Bongiorno, dal Collega Pillon, dalla Psichiatra Binetti e tanti altri, sfrangiata di qualche orpello... a volte definita sindrome, altre disturbo relazionale, altre meramente come “fatto o comportamento illecito”! In un balletto di definizioni alternanti e contraddittorie (dovute al tentativo di superare rocambolescamente le critiche ricevute dal serio mondo accademico internazionale) che dimostra solo una cosa: l'assoluta ed evidente infondatezza del suo valore scientifico!
Una pseudo teoria che servì al Gardner, ed oggi anche ai suoi laboriosi e fedeli allievi italiani, per fornire una giustificazione pseudoscientifica dinanzi a Giudici deleganti ed indifferenti, affinché quei padri, pedofili e abusanti, potessero non solo essere prosciolti da accuse e testimonianze, ma addirittura continuare ad usare violenza, mascherata da falsi buoni propositi di bigenitorialità, sulle loro vittime preferite: i loro bambini e le madri... ciò nonostante la separazione, le!
Una pseudo teoria ed una strategia processuale civilistica che è stata suggerita anche a quei padri, molti di più numericamente, preoccupati solo di nutrire il proprio egoismo, l’aridità affettiva e/o anche solo il portafogli, affinché riuscissero in tal modo a sottrarre i figli, spesso ancora piccoli, alle loro madri al solo scopo di vendicarsi, o semplicemente per il gusto di mantenere potere e controllo totale sulla prole o solo per non doverne pagare il mantenimento.
Eh si... perché la sacrosanta tutela del "diritto alla bigenitorialità, vero altro “grimaldello” usato e abusato in tale strategia processuale, supera tutto: anche la pedofilia... figuriamoci le violenze non sessuali ed i maltrattamenti psicologici, le aridità affettive e l’egoismo avido, che non lasciano segni evidenti sulla pelle!
La violenza domestica ed endofamiliare oggi, dunque, non é più nascosta in casa, ma diviene lecita, accettata, "normalizzata" (come profeticamente sosteneva il Gardner) anche al di fuori dei contesti privati.
E’ una violenza che rincorre le sue vittime ovunque vadano ed a chiunque si rivolgano: anche nelle Istituzioni preposte a difenderle!
Si tratta di una violenza praticata già da oggi in alcune aule dei tribunali civili ( per fortuna non molti, data la cultura e la tendenza di fondo garantista dei nostri Giudici e del nostro stesso ordinamento) ma divenuti ora sempre più spesso sorprendentemente e, come crediamo, inconsapevolmente complici.
Una violenza che oggi ha fatto il suo ingresso addirittura in Senato e si è seduta sullo scranno del Legislatore!
Presto, qualora il ddl 735 o uno dei suoi gemelli dovesse essere approvato diventando legge, questa violenza istituzionale diverrà norma ......la pedofilia e tutto cio' che viene espresso dalla mente e dall'agito dei maltrattanti sarà dunque "normalizzato" e ciò per la prima volta nel mondo… PROPRIO in Italia!
Eh si, perché non è vero affatto, come scritto nel preambolo del ddl 735, che l’Italia si allineerebbe con le normative di altri Paesi più evoluti, se fosse approvata la riforma contenuta nel medesimo ddl!
L’Italia infatti andrebbe BEN OLTRE rispetto a quanto già fatto e normato in Svezia, Belgio, Quebec ecc., dove NESSUNA NORMA in realtà impone tout court la collocazione alternata al 50% fra i genitori dei figli minori, né impone la cancellazione dell’istituto della assegnazione della casa familiare e né la contemporanea eliminazione dell’assegno di mantenimento indiretto!
Né in quelle legislazioni viene previsto il reato di alienazione genitoriale e neppure che un genitore perda il diritto all’affido per il solo fatto di esser povero o perché sia stato reputato presuntivamente “alienante” in CTU!
Queste diagnosi di alienazione parentale, infondate scientificamente se accolte da Giudici deleganti e destituiti del loro ruolo di "Periti Peritorum", giungono a strappare persino con la forza pubblica le piccole vittime, proprio a chi li protegge!
Bambini, a cui poi viene proibito anche solo di sentire telefonicamente l'unico genitore da essi riconosciuto come accudente: la madre.
Bambini che vengono internati per mesi e spesso anni in case famiglia e in "centri specializzati", come la Casa di Nilla calabrese, dove sono "resettati" (v. Dossier allegato a ddl 735 ) con "sistema Refare" già tanto pubblicizzato. Bambini che dunque diventano oggetto di un trattamento sanitario che sanitario non é , perché di alcuna validità scientifica e per di piu' é GRAVEMENTE ILLECITO in quanto ad oggi ( e fino a quando il ddl Pillon non verrà approvato e pubblicato) NON E' PREVISTO NE' AMMESSO DA ALCUNA LEGGE , in violazione dell'art. 32 secondo comma della Costituzione!
Un resettaggio che non ha ricevuto ALCUNA approvazione scientifica, mai testato né verificato!
Un resettaggio che è dunque solo un pericoloso esperimento, ma che è contenuto in un ddl che potrebbe divenire norma….dunque di normale applicazione e utilizzazione!
Si tratta di bambini che, alla fine del trattamento di reset, saranno restituiti proprio a quei padri pedofili, abusanti, a quelli maltrattanti e assenti o perlomeno manipolatori egocentrici ed agli indifferenti!
Ma non alle madri!
  Tuttavia per le madri single povere come Giulia, la cui storia oggi conosciamo grazie ad Ambra Angiolini, non c'è neppure bisogno di un artifizio come la "alienazione genitoriale"!
Per loro infatti basta la povertà, come scusa per vedersi sottratto un figlio, anche neonato, e impotente vederlo entrare in casa famiglia, affidato ad estranei, reso adottabile, senza piu' poterlo vedere, sentire, abbracciare.
Per loro, mamme come Giulia, non serve inventare dal nulla diagnosi infondate, non serve appigliarsi ad altre scuse!
E se il ddl Pillon, o altro analogo, dovesse essere approvato, non dubitiamo che, a causa della previsione che elimina l'istituto del contributo indiretto al mantenimento e quello dell'assegnazione della casa familiare, in sede separativa, diventeranno decine e decine di migliaia le madri italiane separate/divorziate (ma anche non!!!) a cui verranno sottratti i figli, impossibilitate a frequentarli ! Basti pensare che nel nostro Paese, in base a dati ISTAT, sono circa il 60% le donne madri che non lavorano, con punte che arrivano ad oltre il 70% in Regioni come la Sicilia: non perché queste donne non desiderino lavorare, ma per motivi culturali- sociali e soprattutto per la stagnazione in cui vive dal 2008 il mondo del lavoro italiano!
Sullo sfondo di tutto cio' non possiamo evitare di vedere un sistema finanziato da fondi nazionali ed europei che arriva a pagare dalle 100 alle 400 euro al giorno per ogni bambino affidato alle case famiglia o, come presto potrebbe accadere, a centri specializzati.
Non possiamo poi evitare di considerare il mondo della pedofilia, atteso che anche quest’anno gli italiani si sono piazzati al primo posto nel mondo come turisti sessuali!
CHE MONDO STIAMO CREANDO?
CHE MONDO STIAMO TOLLERANDO, CON LA NOSTRA INDIFFERENZA, NEL CALDO DELLE NOSTRE CASE, NELLA CECITÀ DEI NOSTRI OCCHI E NELLA SORDITÀ DEI NOSTRI ORECCHI, NEL FREDDO DEI NOSTRI CUORI , NEL MUTISMO DELLE NOSTRE BOCCHE?
NO... IO VOGLIO VEDERE, SENTIRE E NON TACCIO!

VERAMENTE IL FINE DEL DDL 735 E' LA BIGENITORIALITA' E LA DIFESA DELLA FIGURA PATERNA?
Sfatiamo le fake news del ddl Pillon…
08/12/2018  Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
Il #ddlPillon Camerini Pingitore Mazzola Vezzetti sarebbe stato ispirato da alcune associazioni di padri separati (ma non solo...): uomini che, affermando di essere stati del tutto esclusi dalla vita dei loro figli (o a loro dire frequentati solo 2 o 3 volte al mese "per colpa delle madri") chiedono un'applicazione normativa rigida del 50% dei tempi di frequentazione, al pari delle madri... Anzi no, a legger bene nel ddl in verità si chiede una frequentazione di fatto inferiore rispetto a quella paritaria al 50% (anche se ex lege, ed al fine esclusivo di negare l’assegnazione della casa familiare e l'azzeramento dell'assegno di mantenimento, è da considerarsi presuntivamente assolutamente paritetica!!!!!): ossia il ddl richiede una frequentazione di 12 giorni e 12 notti al mese dei figli minori presso i padri ed i restanti 19 giorni e 19 notti presso le madri (considerato un mese di 31 giorni).
 
Ciò il ddl richiede che venga stabilito per tutti e indipendentemente da tutto. Rivendicando ogni ora della giornata del minore: anche quelle notturne e quelle dedicate alla scuola, in cui in realtà – e per fortuna - non sta né con papà e né con mamma!
 
Così sta già accadendo che una madre, il cui ex marito ha chiesto di ottenere l’affido esclusivo del figlio di 7 anni dopo oltre 5 anni di pacifica separazione in regime di affido condiviso e frequentazione molto ampia - analoga a quella di seguito elencata - per il solo fatto di aver inizialmente contrastato la pretesa dell’uomo ad ottenere il rigido 50% dei pernotti mensili, anche infrasettimanali, in quanto legittimamente preoccupata della salute del bambino ( il padre infatti sembra noncurante del fatto che le abitazioni genitoriali siano a ben 50 km di distanza l’una dall’altra e, dunque, delle difficoltà enormi che ogni mattina questo bimbo dovrebbe conseguentemente sopportare nel continuare a frequentare la propria scuola) dalle “solerti” CTU e CTP di parte avversa si è vista automaticamente accusare di alienazione genitoriale, nonostante il bimbo NON RIFIUTI AFFATTO il padre e la stessa donna non abbia mai ostacolato i rapporti!
 
Diabolica praesumtio juris et de jure cd. “ammazzamamme-ammazzabambini”: strategia processuale difensiva senza alcun fondamento scientifico che fu inventata dal Richard Gardner, Psichiatra millantatore e solerte ctp americano, preoccupato oltremodo di salvare dalla galera padri pedofili.
 
Praesumptio che i ddl 735 e 45 (cd. De Poli Binetti) vorrebbero addirittura normare come regola e farne un reato, esente da qualsiasi dimostrazione probatoria!
Utile a chi?
Non certo alla maggioranza dei padri, che per fortuna in Italia sono ancora bravi e tanti….ma utile solo a quei genitori abusanti, maltrattanti e manipolanti: così come ha avvertito il CAM (Centro di Aiuto per Uomini Maltrattanti) durante la sua audizione dinanzi la 2 Commissione Giustizia del Senato, proprio in riferimento ai ddl indicati.
 
E' DUNQUE PROPRIO VERO, COME SCRITTO NEL DDL E RIBADITO PIù VOLTE DAI SOSTENITORI, CHE OGGI I PADRI ITALIANI SEPARATI VEDANO COSI POCO I LORO FIGLI E CHE CIO' AVVENGA PER COLPA DELLE MADRI E DI UNA LEGISLAZIONE SBILANCIATA A LORO FAVORE?
SIA CHIARO....QUESTE SONO BUFALE... FAKE NEWS!
Infatti:
  1. Le madri in realtà non hanno tutto questo "potere" derivato da una qualche normativa sbilanciata a loro favore, come viene accusato nel ddl: se oggi, grazie alla L. 54/2006, tentassero di ostacolare la relazione padre-figlio immotivatamente (e purtroppo spesso anche motivatamente... cioè a motivo di violenze dirette sui minori e di violenze assistite) si vedrebbero immediatamente raggiunte, su richiesta dell'interessato padre, da provvedimenti giudiziari che quantomeno ristabilirebbero il rapporto e la regolare frequentazione paterna, rischiando anche di incorrere in condanne di reati. Non è raro incappare in provvedimenti giudiziari che addirittura reattivamente renderebbero esclusivo l'affido a favore del padre, escludendo eo ipso proprio la madre. Il caso della mamma di Baressa è eclatante e significativo, in quanto la minore contava neppure 3 anni quando fu coattivamente sottratta alla mamma su richiesta paterna…. ci scusiamo vivamente con la mamma e la sua bambina, che così giovane ha subito quella che a nostro parere è una inumana violenza istituzionale.
  2. In realtà dall' introduzione della legge 54/2006, che tutela ampiamente la paternità, i Giudici in udienza presidenziale omologano o stabiliscono un piano di frequentazione dei genitori, che ricalca un formato standard.     
Lo stesso viene in genere adottato spontaneamente anche dalle coppie genitoriali che si separano consensualmente (l'83% dei casi Istat 2016).
Si tratta di un modello che prevede la seguente frequentazione ripartita tra singoli genitori, separati, con i loro figli minori:
50% di TUTTE le festività (natalizie/pasquali/ponti ecc.) +
50% di TUTTE le vacanze +
50% di TUTTI i weekend +
Compleanno di ciascun genitore con il figlio +
Compleanno del figlio con uno dei genitori, ad anni alterni (ma solo se i genitori trovano impossibile frequentarsi anche in quell'unica occasione) +
2 giorni infrasettimanali per il padre ed i restanti 3 giorni infrasettimanali con la madre.

NEL SISTEMA LEGISLATIVO ATTUALE DUNQUE I TEMPI ANNUALI SONO PRESSOCCHE' PARITARI GIA' ORA E SENZA BISOGNO DEL DDL PILLON, OGNI MESE UN FIGLIO STA CON IL PADRE 12 GIORNI (2 we + 2 giorni infrasettimanali) E LA MADRE 19 (2 we + 3 giorni infrasettimanali).
Queste le normali, standardizzate disposizioni giudiziali, che sono in realtà condivise ben nel 90% dei casi!
Dunque, DI QUALE SBILANCIAMENTO SPARLANO I SOSTENITORI DEL DDL 735?
IN REALTA L'ASSUNTO DA CUI MUOVE IL DDL PILLON CAMERINI VEZZETTI MAZZOLA PINGITORE (ci piace fare tutti i nomi dei suoi autori!) E' INESISTENTE, FUORVIANTE... FALSATO!!!
INFATTI i padri che stiano con i figli per un tempo inferiore, rispetto a quello sopra indicato, sono solo quelli che:
  1. hanno VOLUTO siglare accordi CONSENSUALI che prevedessero una frequentazione inferiore dei figli (specie infrasettimanale, limitata ad un solo giorno anziché 2) al fine di non ostacolare loro impegni o per altre oggettive o soggettive difficoltà (es problemi di distanza abitativa o legati a loro orari di lavoro prolungati, ecc).
  2. in altri casi, del tutto residuali, E' IL GIUDICE a prevedere E IMPORRE una frequentazione limitata o addirittura nulla: MA CIO' AVVIENE SOLO LADDOVE SIANO STATI ADOTTATI PROVVEDIMENTI A TUTELA DEL BENESSERE DEL MINORE!   
OSSIA E' IL CASO DI PROVVEDIMENTI GIUDIZIALI ECCEZIONALI CHE SONO ASSUNTI IN CASO DI GENITORI CONSIDERATI MALTRATTANTI !
Al netto di eventuali errori giudiziari (sempre impugnabili e comunque rivedibili) ci chiediamo chi siano, in definitiva, QUESTI PADRI CHE CHIEDONO DI VEDERE I LORO FIGLI PIU' TEMPO, TRAMITE IL DDL PILLON?
NON CERTO L'83% DI QUEI PADRI CHE OGGI CONSENSUALMENTE SI SEPARA E RAGGIUNGE ACCORDI DI FREQUENTAZIONE ANALOGHI O MOLTO VICINI ALLO STANDARD SOPRA INDICATO: LO STESSO CHE GENERALMENTE VIENE IMPOSTO DAL GIUDICE E CHE DAI Più VIENE ACCOLTO SENZA PROBLEMI!
Evidentemente, dunque, i destinatari autentici del ddl Pillon ecc. sono quei padri a cui un affido condiviso standard (applicato per il bene dei minori e per non costringerli a diventare già dai due anni agenti di viaggio!) non sia sufficiente; per quei padri a cui sia stato negato l’ambìto affido esclusivo, ed infine per quei padri a cui viene negata la stessa frequentazione ordinaria per motivi di tutela dei minori.
Padri che oggi generalmente si difendono, per ottenere i loro scopi, grazie alla “tecnica” della cd alienazione genitoriale: che per la sua ascientificità, le modalità con cui viene riconosciuta e le conseguenze che implica, dovrebbe essere bandita al pari di qualsiasi “arma di distruzione di massa”! Una tecnica che avrà valore legale automatico qualora venissero approvati i ddl in questione.
 
QUALE E' IL VERO FINE CHE DUNQUE SI VUOL RAGGIUNGERE CON IL DDL 735?
NON CERTO LA PARITA' DEI TEMPI O l'affermazione del PRINCIPIO DI BIGENITORIALITA' PER TUTTI I PADRI SEPARATI, come dichiarato nel ddl perché questi in realtà sono stati già ampiamente raggiunti o comunque sono raggiungibili con la L. 54/2006!
L'INTENTO EVIDENTE E' INVECE QUELLO DI SUPERARE L'ULTIMO OSTACOLO LEGISLATIVO CHE IL NOSTRO ORDINAMENTO ANCORA PONE FRA PADRI ABUSANTI (VIOLENTI E PEDOFILI... PER FORTUNA LA NETTA MINORANZA) E LE LORO PICCOLE VITTIME!
PERCIO' CARI BRAVI PADRI E MADRI FACCIAMO ATTENZIONE ALLA COMUNICAZIONE FUORVIANTE QUELLA CHE ACCENDE GLI ANIMI SUL NULLA, CHE BLANDISCE I NOSTRI EGOISMI, MANIPOLA LE NOSTRE CONVINZIONI, ALTERA NEGATIVAMENTE IL NOSTRO ORDINAMENTO E, CON ESSO, LA NOSTRA TENUTA SOCIALE!
Evitiamo di farci usare.


25 NOVEMBRE: GIORNATA INTERNAZIONALE PER L'ELIMINAZIONE DELLA VIOLENZA CONTRO LE DONNE
25/11/2018  Autrice: Dott.ssa Raffaella Bocci
"Nel giorno in cui si celebra il contrasto alla violenza sulle donne, vogliamo pubblicare la seguente intervista, che denuncia un tipo di violenza di genere ancora più grave, perché subdola e da cui difficilmente ci si riesce a difendere: la violenza agita dalle istituzioni".
È stata depositata presso la Procura della Repubblica di Roma la denuncia di L., la mamma di Roma accusata di Alienazione Parentale, che rischia di vedersi strappare il figlio di 8 anni.
Una denuncia penale per segnalare ai Procuratori della Repubblica di Roma e Perugia ed anche al Consiglio Superiore della Magistratura, le innumerevoli anomalie e illeciti di un iter giudiziario che dura da 6 anni e che vede al centro della vicenda un bambino di 8 anni che rischia di essere strappato dalla casa materna per essere inserito, su richiesta del padre, in una casa famiglia dove non potrà avere nessun contatto con la madre, neanche telefonico, per almeno tre mesi. Dopo questo periodo dovrà andare a vivere a casa del padre e potrà rivedere la mamma solo nei modi e nei tempi che il padre stesso riterrà più opportuni.
Questo è quanto è stato richiesto dalla CTU incaricata dal Tribunale di Roma di valutare la capacità genitoriale dei genitori.
La mamma di Marco (nome di fantasia) non è una tossicodipendente, non ha maltrattato, ucciso o frodato nessuno. È una mamma che dopo anni di lotte giudiziarie si vede accusata di Alienazione Parentale.  
Tutto inizia 6 anni fa quando lei decide di porre fine a quella storia che le procurava sofferenza e malessere. Difficile certo fare una scelta del genere con un bimbo di appena due anni, ma la donna comprende che così non può andare avanti e la separazione è la strada che dolorosamente deve essere percorsa. Lavora e accudisce suo figlio, lo segue a scuola e nelle attività quotidiane aiutata per fortuna dai suoi genitori che cercano di rendersi utili. Iniziano da quel momento anni di liti, accuse, denunce, minacce. Vista l’alta conflittualità tra i genitori, il bambino, pur rimanendo a vivere con la mamma, viene affidato dal Giudice ai servizi sociali che hanno il compito di mediare tra i genitori e prendere decisioni qualora le parti non arrivassero ad un accordo.
Nel 2014 il bambino viene ricoverato d’urgenza per l’insorgere di una malattia autoimmune che lo vede tutt’oggi costretto a prendere quotidianamente dei farmici. Gli viene addirittura riconosciuta l’invalidità. La sua salute è cagionevole e lo stress, come in tutti i casi di malattie autoimmuni, può acuire e peggiorare la patologia.  
Continuano le denunce del padre che vuole stare con il bambino. Il piccolo però si rifiuta. Nonostante ciò il legale della mamma, l’avvocato Lorenzo Stipa, ci assicura che la signora lo ha sempre accompagnato agli incontri protetti con il padre stabiliti dal Tribunale, nonostante il figlio lo supplicasse di non andare.
Passano i mesi e la vita di Marco continua come sempre tra scuola, sport ed amichetti. È sereno, tranne quando deve andare con il padre. Ogni volta piange e si dispera e chiede alla mamma di non farlo più andare. Ha paura e quando lo vede si sente male.  
I Servizi Sociali inviano un educatore a casa del bambino e della mamma per capire come vive Marco e per cercare di avvicinarlo di nuovo alla figura paterna. L’educatore per una anno frequenta la famiglia del bambino: Marco è molto bravo a scuola, ha molti amici, è sereno e sorridente. Anche le maestre raccontano di un bambino con una mente molto vivace e una spiccata predisposizione ai rapporti con gli altri. Ma del padre non ne vuole sapere.
Il padre continua a chiedere di affidare il bambino a una casa famiglia per allontanarlo dalla mamma affinché venga “riprogrammato mentalmente”, in quanto considerato “alienato”. Il suo obiettivo è quello di costruire un rapporto padre-figlio.  
In questa triste e assurda vicenda c’è una mamma accusata di Alienazione Parentale e un papà che rivendica il suo rapporto con il figlio.  
Ma c’è sopratutto un bambino malato di 8 anni che rischia di perdere il suo mondo, che ha passato l’80% della sua vita tra servizi sociali, psicologi, tribunali. Un bambino che nonostante tutto vive la sua vita in modo sereno, ma con la paura di essere strappato dalla sua casa per essere portato in una casa famiglia.
Anni di guerre, perizie, denunce per arrivare a non fargli più vedere e sentire la madre che da quanto si evince lo sta crescendo con ottimi risultati.
Tutto ora è in mano al Giudice che può procedere all’allontanamento forzato del bambino oppure no.  
La denuncia penale che la mamma di Marco ha affidato al suo penalista di fiducia, l’avvocato Sergio Bellotti, vuole far luce su tutta una serie di anomalie, incongruenze e illeciti che emergono dall’analisi dell’intero iter giudiziario.
Ma forse, aspettando che la legge faccia il suo corso, bisognerebbe chiedersi se alla fine ne sarà veramente valsa la pena far vivere tutto questo a Marco…Il rispetto per i bambini dovrebbe sempre prevalere su tutto e tutti.


IL CENTRO DI SOSTEGNO AGLI UOMINI MALTRATTANTI DISVELA IL SENSO FUORVIANTE E LA MATRICE VIOLENTA DEI DDL 735, 45, 118 E 768
"Il paradosso nella costruzione di questa legge è che sembra costruita da un maltrattante che nega la sua violenza e strategicamente vanifica ogni misura volta a farla emergere"
15/11/2018 Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
Facciamo nostra questa attenta e meditata valutazione espressa dal CAM (Centro di Aiuto ai Maltrattanti) nella relazione presentata in occasione della loro audizione del 13 novembre 2018, dinanzi la Commissione Giustizia del Senato in merito alla riforma del sistema separativo e di affido dei figli minori proposto  nei ddl 45, 118, 735 e 768.
La denuncia del CAM è forte e incisiva, derivata dalla attenta lettura dei ddl in questione ed ampiamente argomentata, non potendo che concludersi con una richiesta di ritiro dei medesimi ddl.
[Clicca qui per scaricare il documento]

QUEI FIGLI DIMENTICATI DAL DDL PILLON
05/11/2018  Autrice: Avv. Simona D'Aquilio, Vice Presidente Maison Antigone
In questi ultimi mesi abbiamo molto sentito parlare e molto letto del disegno di legge n. 735 sulla riforma del diritto di famiglia che è stato subito ribattezzato “Ddl Pillon” dal nome del suo primo firmatario e promotore nonché estensore insieme ad altri soggetti meno noti ai più.
La nostra ferma opposizione verso questa riforma che riteniamo dannosa per i bambini, assolutamente adultocentrica ed anche con diversi elementi di incostituzionalità è stata oggetto di molti post sulla nostra pagina Facebook e di articoli sul nostro sito.
Abbiamo analizzato ogni articolo, ogni singolo aspetto di questo disegno di legge ed ogni sua possibile conseguenza sulla vita pratica dei bambini e ragazzi italiani.
Proprio pensando ai bambini e ragazzi italiani, ad ogni singolo caso che abbiamo visto transitare nei nostri studi legali e che abbiamo anche visto evolversi e risolversi pacificamente con l’impegno di molti genitori, ci è balzato alla mente un aspetto che NESSUNO, sino ad oggi, si è peritato di analizzare circa il Ddl Pillon: quello dei bambini e ragazzi con un disturbo specifico dell’apprendimento o del comportamento dei bambini affetti da disturbo dello spettro autistico e dei minori disabili.
Bambini e ragazzi dimenticati dal Ddl Pillon, invisibili agli occhi di chi, avendo una visione ed un approccio adultocentrato, non poteva certamente analizzare cosa succederebbe se questo disegno di legge venisse approvato.
Occorre brevemente premettere che nella nostra esperienza professionale ed umana, abbiamo registrato un aumento esponenziale del numero di bambini e ragazzi che presentino tali tipi di disturbo; infatti è solo grazie agli enormi passi in avanti compiuti dalle neuroscienze che oggi si conoscono queste intelligenze diversificate e che vengono riconsciute, a livello legislativo, non solo dalla generica legge n. 104/1992 ma anche dalla più specifica legge n. 170/2010 la quale garantisce il diritto agli studenti DSA, BES ecc. di usufruire di mezzi didattici differenziati e calibrati sulla loro specifica difficoltà.
Ebbene, di questi bambini e ragazzi così come di tutte le disabilità, il Ddl Pillon non fa la benché minima menzione facendoci prevedere un’applicazione concreta della ossessiva e rigida parità dei tempi di permanenza che sarebbe quanto di più dannoso possa esistere per questi bambini e ragazzi.
Di questa rigida applicazione siamo certi poiché ciò a cui mira il Ddl Pillon sembra proprio essere una delega totale ed in bianco alla figura del mediatore familiare (la cui formazione professionale dovrebbe avere caratteristiche accademiche e non essere affidata ad un minicorso specialistico), una delegittimazione del magistrato, unico e naturale persecutore del superiore interesse di un bambino e che normalmente analizza ogni singolo caso ed applica il regime di affidamento e collocamento migliore per il figlio, non certo a tutti i costi quello migliore per i genitori!
Dunque, il mediatore, costringendo letteralmente i coniugi a trovare un accordo con tempi paritari di permanenza del figlio, arriverebbe a far spostare per il 50% del mese anche un figlio disabile o autistico o con un DSA, BES ecc... pur di garantire il diritto paterno alla bigenitorialità.
In totale spregio del principio per il quale ogni nucleo familiare è un caso a se stante, ogni bambino va trattato come PERSONA portatrice di proprie necessità e sentimenti, questo disegno di legge imporrebbe anche a bambini con disabilità e problematiche legate alla sfera emotiva e dell’apprendimento o sviluppo di fare le valige almeno una volta al mese per recarsi in una casa diversa, con abitudini diverse, con spazi diversi e con notevoli difficoltà logistico pratiche.
Questi figli, invisibili agli occhi di chi ha scritto il Ddl Pillon, verrebbero privati di un proprio diritto fondamentale che risiede nell’art. 3 della Costituzione il quale, nel recitare che tutti i cittadini hanno pari dignità e sono uguali davanti alla legge ha inteso, innanzitutto, garantire uguaglianza a TUTTI i soggetti di diritto senza distinzioni di alcun tipo. Ebbene, nella pratica applicazione delle norme, ciò si traduce nel rimuovere ostacoli penalizzanti per alcune categorie di persone.
Uguaglianza da perseguire sempre, dunque, ma solo in senso migliorativo e non peggiorativo della condizione di un cittadino!
Il Ddl Pillon disattende questo principio nel momento in cui pretende di applicare i propri principi, le proprie regole a TUTTI i minori italiani senza distinzione alcuna e senza tenere conto di esigenze particolari legate a disabilità di vario genere e grado.
Un altro e non banale motivo per ribadire il nostro fermo NO a questa sciagurata riforma del diritto di famiglia.

COORDINAZIONE GENITORIALE
Sempre fallimentare se privata... quasi sempre se pubblica!
01/11/2018  Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
E' in atto una sperimentazione presso il tribunale di Roma, al fine di introdurre la figura del coordinatore genitoriale, per aiutare coppie genitoriali separate e ad alta conflittualità a svolgere i loro obblighi e imparare a mediare nelle decisioni che li riguardino, inerenti i figli minori.
Questo quanto riportato durante un Convegno organizzato dal Consiglio dell’Ordine di Roma il 30 ottobre 2018, durante il quale è stato spiegato l’andamento della sperimentazione, in atto già da un anno.
Relatori presenti l’Avv. Pompilia Rossi, che ha avviato i lavori esprimendo riserve su quanto stabilito nel ddl 735 attualmente in sede redigente in Commissione Giustizia del Senato, in merito alla figura del coordinatore genitoriale ed al piano genitoriale.
La Giudice Stefania Ciani ha ricordato come già dai tempi della propria attività presso il Tribunale di Civitavecchia aveva avviato una collaborazione con la Dott.ssa Silvia Mazzoni, Psicologa della Associazione Coordinatori Genitoriali, sperimentando questa nuova figura coordinatrice tra genitori separati e ad alta conflittualità, che ora ha trasportato anche al Tribunale di Roma, dove la Giudice ha chiesto ed ottenuto il trasferimento. Presente anche la Dottoressa Mazzolini, CTU in casi di separazione e affido ad alta conflittualità, già compagna di studi universitari della Dottoressa Silvia Mazzoni, come quest’ultima ha tenuto a precisare con viva soddisfazione e orgoglio.
La Dottoressa Elena Giudice ha portato la propria esperienza di assistente sociale e coordinatrice genitoriale a Milano. Infine il giornalista Dott. Luciano Galassi, moderatore dell’incontro, ha presentato il Presidente del Centro Studi Separazione Dott. Fabio Nestola, che nei pochi minuti rimanenti ha spiegato le motivazioni per le quali il coordinatore genitoriale potrebbe costituire, a suo dire, una risposta all’alta conflittualità processuale delle coppie genitoriali.
Ciò che non è stato precisato tuttavia è che tali coppie altamente conflittuali non sono certo la maggioranza: dagli indici Istat risulta infatti che solo il 16% delle coppie in fase di separazione lo facciano conflittualmente (Istat 2016). L’Istat non specifica quante di queste coppie siano definibili ad alta conflittualità e quante invece a bassa o intermedia conflittualità. Né ciò è stato chiarito durante il Convegno, né sono stati chiariti i termini e neppure i criteri distintivi utilizzati per definire le coppie ad alta, media e bassa conflittualità.
La Dottoressa Mazzoni ha riferito che varie coppie genitoriali dalla "alta conflittualità" processuale, tra cui una addirittura caratterizzata da violenza e stalking, siano state indirizzate da Giudici del Tribunale di Roma in centri di coordinazione genitoriale da lei gestiti/monitorati: uno privato, a pagamento delle parti, l'altro pubblico, gestito da Asl. Ci salta immediatamente agli occhi e con evidenza la grave violazione della Convenzione di Istanbul, almeno nel caso della coppia con violenza e procedimento in corso per stalking.
La Dottoressa Mazzoni ha precisato che le parti inviate nel centro privato hanno aderito allo "invito" del Giudice, accettandone anche l'oneroso impegno. Tuttavia questi si sono rivelati TUTTI tentativi fallimentari, perché dopo poco tempo entrambi o una delle due parti ha chiesto di sospendere la coordinazione, motivando la scelta con una difficoltà a sostenere l'onere economico (60 euro a seduta).
I casi inviati nel centro gestito dalla Asl sono invece ancora in corso (dopo un anno): uno sembrerebbe essere in via di soluzione, gli altri no. Non si sa quanti essi siano di preciso, ma la Dottoressa Mazzoni ha evidenziato che in Canada la sperimentazione iniziale del coordinatore genitoriale venne effettuata con soli 10 casi! La Dottoressa Mazzoni ha altresì precisato che gli invii dei Giudici sono stati alcuni a CTU chiusa, già terminata, altri a CTU aperta: in quest’ultimo caso, gravemente fallimentare, si è determinato un “blocco” della CTU medesima.
E' stato specificato dai Relatori come, negli Stati dove il coordinatore genitoriale gia' e' figura operante, sia emerso come delle coppie necessitino del coordinatore per anni e anni, fino alla maggiore eta' dei figli, rimanendo del tutto incapaci a gestire il rapporto con i figli, con l'altro genitore e non riuscendo dunque a mantenere il piano genitoriale in via autonoma.
Secondo la Dottoressa Mazzolini, incaricata come CTU nei tribunali romani, il piano genitoriale dovrebbe fungere, per tali genitori altamente confliggenti ed incapaci di proiettarsi simbolicamente, come un "oggetto autistico".
Mille i dubbi e le riserve (da avvocato).

  1. L'alta conflittualità delle coppie genitoriali in fase di separazione/divorzio per motivi di affido o gestione dell’affido può essere dovuta non solo a
a) grave incapacità relazionale/mediativa del singolo genitore o della coppia genitoriale, ma anche
b) lucida e precisa VOLONTA':
      • di non collaborare/mediare con l'altro genitore,
      • di non accettare le responsabilità genitoriali,
      • finalizzata a strumentalizzare il conflitto sulla gestione genitoriale, stressandolo all'inverosimile e per anni, per l'ottenimento di tutt'altri scopi (variazione del tipo di affido già deciso dal Giudice …o anche allo scopo di continuare ad usare violenza psicologica ecc).
    • In tutti i casi la coordinazione genitoriale ci è sembrato uno strumento insufficiente e inadeguato (almeno per i casi ad "Alta conflittualità" per i quali ad oggi pare destinato): chi nutre una volontà contraria al coordinamento genitoriale, così come avviene per la mediazione, non servirà e non basterà MAI che esso venga prolungato per anni e anni, gravando inutilmente sui contribuenti. Un genitore che NON VUOLE trovare un accordo collaborativo con l’altro, non verrà certo persuaso da un coordinatore genitoriale (né da un mediatore) a recedere dalle sue intenzioni: specie se finalizzate a strumentalizzazioni o perpetuare violenza psicologica.
    • Nel caso in cui il conflitto processuale e genitoriale sia dovuto a strumentalizzazione, infatti, l'intervento tempestivo e decisivo del Giudice è doveroso e necessario, l’unico ammissibile: la coordinazione genitoriale infatti servirebbe solo come strumento nelle mani del genitore manipolatore, permettendogli di proseguire per anni e anni il "gioco" ricattatorio.
    • Se il problema è invece la incapacità genitoriale, una coordinazione genitoriale, senza contemporaneo e ben accetto adeguato supporto psicologico/psicoterapeutico del singolo, ci sembra inevitabilmente del tutto inutile e fallimentare ab initio. Un non senso.

2. Il Coordinatore non ha e non può avere l'autorevolezza e l'autorità del Giudice: inutile dunque incaricare un coordinatore che rimarrebbe inascoltato da coppie genitoriali o singoli genitori "altamente conflittuali" (per incompresione o per precisa volontà contraria, se non addirittura per fini strumentalizzanti).

3. Se il fine è quello di risparmiare sui costi della Giustizia, è chiaro che il modo non è quello di travasarli sulla Sanità e, oltretutto, senza risultati evidenti (o con risultati CONTRARI), con costi che andrebbero COMUNQUE a pesare sulle tasche dei cittadini.

4. Applicare la coordinazione, così come la mediazione, anche in casi di violenza endofamiliare è UN CRIMINE.

5. L'impressione finale è che il delirio di Onnipotenza di psicologi e assistenti sociali a volte fa fare brutti scherzi! Non possiamo CONTROLLARE E PACIFICARE TUTTO.....E NON TUTTI AGISCONO IN MODO CONTRARIO ALLA LEGGE ED AL BUON SENSO, NONCHE’ A REGOLE DI QUIETO VIVERE, per incapacità. Molti lo fanno per una volontà precisa! LO VOGLIAMO AMMETTERE O NO? Soprattutto psicologi/psichiatri non possono pensare di poter SOSTITUIRSI ALLA GIUSTIZIA...oppure, ancor peggio, di POTER LORO APPLICARE LA GIUSTIZIA!

6. i Giudici andrebbero meglio preparati e selezionati: non solo da un punto di vista normativo (possibile che non conoscano la Convenzione di Istanbul?) ma anche da un punto di vista psicologico affettivo (non basta conoscere la Convenzione di Istanbul, bisogna  capirne anche il senso sotteso, nonchè avere la consapevolezza del PROPRIO RUOLO, accettandone la funzione ed i doveri, con la sicurezza di sè che è necessaria a tale impegno, senza avvertire l’esigenza di delegarlo ad altri assolutamente impreparati dal punto di vista legale!).

E' IN ATTO UN ATTACCO ALLA MAGISTRATURA ED AL PARLAMENTO?
04/10/2018  Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
Ieri sera la Casa Internazionale delle Donne di Roma, a via della Lungara 19, era così gremita da non contenerci tutte.
Fra noi degli infiltrati.
Tutte unite, in modo trasversale, contro una evidente deriva patriarcale e maschilista che, tramite il ddl 735 ed i suoi ddl “gemelli”, sembrerebbe voler annientare i diritti femminili e quelli dei bambini, lasciando entrambi alla mercé di violenti e soprattutto pedofili, nonché svilire i diritti di tutti gli altri uomini liberi.
L’evidenza è tratta dai contenuti stessi del ddl!
Si tratta di una deriva politica che, per le modalità legislative attuate ed i contenuti proposti nella riforma, chiaramente finirebbe per sovvertire NON SOLO l'autonomia decisionale lecita di ognuno/a, MA ANCHE i PROCESSI LEGISLATIVI E GIURISDIZIONALI che fanno ancora del nostro Paese una DEMOCRAZIA!
  1. Innanzitutto riformando, alla luce dei contenuti del ddl, in modo radicale e violento, reazionario, una materia delicatissima, quella della famiglia, che è alla base del vivere sociale, caratterizzandone dunque, per il suo tramite, ogni aspetto. E’ chiaro che si vorrebbe ritornare ad un sistema familiare e sociale fondato sulla patria potestà, sebbene non dichiarato esplicitamente, sulla negazione dei diritti delle donne, o perlomeno di quelle fragili economicamente, ma soprattutto sulla negazione delle violenze familiari e sulla sottomissione delle vittime di violenza e pedofilia. Un sistema che, se attuato, nei fatti  impedirebbe la persecuzione e condanna giudiziaria di ogni violenza familiare.
  2. Tutto ciò avviene esautorando Magistratura e Parlamento!       
La riforma proposta nel ddl Pillon - e nei suoi ddl gemelli - infatti intende PRIVATIZZARE la materia che ne è oggetto, ma al contempo CONTROLLARLA IN OGNI SUO DETTAGLIO, ledendo così l'autonomia decisionale lecita di ognuno/a e smantellando un sistema giudiziario che tutela i diritti fondamentali di persone e fanciulli.
Lo fa riconoscendo a Mediatori e coordinatori PRIVATI quei poteri e facoltà che oggi sono attribuibili solo ed esclusivamente alla Magistratura.
Si tratta per di più di una riforma che viene discussa e vorrebbe essere attuata CON UN COLPO DI MANO E SENZA PASSARE DALLA SUA SEDE NATURALE: IL PARLAMENTO.
POCHI SENATORI hanno sottoscritto il ddl e ne basteranno non molti per approvarlo...
Probabilmente saranno molte le UDIENZE che dalla Commissione Giustizia verranno CONCESSE alle Associazioni richiedenti:
  • in primis quelle Associazioni che questo ddl hanno sostenuto. Cioè circa 60, come hanno dichiarato i firmatari ed autori del cd. Ddl Pillon. Si tratta di associazioni e comitati  di cd "Padri Separati": che tuttavia nonostante il nome generalizzante non rappresentano affatto TUTTI i padri separati nè i loro interessi. Si  tratta infatti di associazioni costituite in realtà da poco più l'8,9% di tutti i padri separati: cioè per lo più da quei padri che hanno visto negarsi giudizialmente l'affido condiviso dei figli (v. Istat 2016 p. 1ss) e ciò ovviamente per gravi motivi, che omettono di riferire. Associazioni che strizzano l'occhio agli altri padri, quel 90% dei padri separati restanti  mai raggiunti da alcun provvedimento giudiziale restrittivo, il cui sostegno cercano di attrarre allettandoli con l'idea di poter evitare di continuare a pagare un assegno per il contributo al mantenimento dei figli, solleticandone gli egoismi, l’avidità, le esigenze narcisistiche o anche solo gli interessi di parte.
  • Saranno senz’altro audite anche le Associazioni di Padri Separati che fanno finta di criticare il ddl ritenendolo “poco incisivo”: quelle ad esempio legate agli autori della legge 54/2006. Avendo anche queste  già da mesi pronti emendamenti peggiorativi!
  • Le altre Associazioni, quelle che denunciano la pericolosità di questo ddl, saranno considerate ed ascoltate? FORSE SI'… MA FORSE SOLO per mettere a tacere le ovvie critiche che ne seguirebbero, se ciò non fosse fatto.     
Tuttavia  concedere udienza NON SIGNIFICA automaticamente dare ascolto!
Né significa attuare le critiche espresse con emendamenti puntuali!
Oggi la Società DEVE intervenire.

       

  

AFFIDO A TEMPI PARITETICI E AFFIDO MATERIALMENTE CONDIVISO PROPOSTI DAL DDL 735
Una Riforma di affido dei figli omicida
30/09/2018 Autrice: Avv. Michela Nacca, Presidente Maison Antigone
Il ddl 735 presentato ai primi di agosto 2018 ed attualmente in discussione presso la II Commissione Giustizia del Senato, in sede redigente (anche denominato ddl Pillon dal cognome del suo primo firmatario e più convinto sostenitore) nella parte introduttiva pone la pregiudiziale primaria “esigenza” di equiparare l’Italia a quelle Nazioni, europee e non, che a parere degli estensori risulterebbero più all’avanguardia nel campo del diritto di famiglia separativo, in specie circa i criteri ed i tempi di affido dei figli minori in caso di separazione dei loro genitori.
Le Nazioni indicate nel ddl Pillon sono soprattutto la Svezia ed in seconda battuta il Quebec (che non è una Nazione) nonché il Belgio (v. p.1 ultime righe della Relazione introduttiva al ddl 735 in http://www.senato.it/leg/18/BGT/Schede/Ddliter/testi/50388_testi.htm ).
Gli estensori del ddl tuttavia si soffermano soprattutto sul caso svedese, considerato il più evoluto, laddove nel 28% dei casi di separazione i genitori scelgono un tipo di affido/collocazione a tempi esattamente paritetici (50% e 50%) mentre nel 40% si avrebbe un affido di tipo “materialmente condiviso” con tempi prossimi al 50%. Solo il restante 32% dei genitori separati svedesi preferirebbe dunque una collocazione prevalente presso la madre o il padre.
Peccato tuttavia che PROPRIO la Svezia detenga anche il primato dei suicidi e di casi di depressione tra gli adolescenti, così come rilevato dall’OMS !(v. I seguenti link https://www.avvenire.it/…/solo-il-contratto-sar-disperazione https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/10/30/la-teoria-svedese-dellamore-ovvero-di-persone-sempre-piu-sole-parola-di-zygmunt-bauman/3128200/)
“Avvenire” ritiene provocatoriamente un "mistero" la causa di un tal numero di suicidi e malattie fra i giovanissimi svedesi, finendo per additarla nella stessa separazione dei genitori. Ma è veramente così?
Se così fosse, allora anche in Italia dovremmo avere lo stesso numero di suicidi l’anno, tra bambini e adolescenti, visto che anche in Italia il 50% delle coppie coniugali e genitoriali si separa (dati Istat 2016).
La causa dunque non risiede nella separazione genitoriale in sé, ma più probabilmente nelle sue diverse modalità e criteri, rispetto a quelle svedesi!
In Italia infatti ancor oggi l’83% delle coppie coniugali che si separano lo fanno consensualmente e, in oltre il 90% dei casi, decidono di allocare i loro figli prevalentemente presso la madre: e ciò fanno in pieno accordo al fine di traumatizzare meno possibile i figli, facendo sì che, nonostante la loro decisione di separarsi, questi bambini e adolescenti non abbiano a soffrire più del necessario la rottura creatasi, non dovendo cioè anche alterare tutta la loro vita ed i loro tempi ed impegni pregressi, compresi quelli da dedicare alla socializzazione e frequentazione di amici, al di fuori del contesto familiare.
Un tempo che viceversa, proprio nei casi di affido con “bigenitorialità materiale”, verrebbe fortemente sacrificato: perché quando un bambino o un adolescente viene costretto a vivere per anni con le valigie sempre fatte, facendo da spola ogni 3 o 5 giorni tra la casa del padre e quella della madre, spesso non attigue, dividendosi tra le esigenze egoiste di due genitori che puerilmente si contendono tutte le sue attenzioni, financo il suo tempo fino all’ultimo giorno o all’ultimo secondo, il risultato è la solitudine del loro figlio: adorato, conteso, ma non veramente amato!
L'esigenza del bambino, dai 4 anni in poi, ed a maggior ragione in una età successiva adolescenziale, non è più infatti quella di giocare e stare con mamma e/o papà. Ma quella di imparare a socializzare, giocando e misurandosi con i coetanei! E per attuare ciò bisogna sacrificare i tempi da dedicare a padre e madre, nonché a nonni e zii, come è sempre stato! Non basta infatti solo la scuola e l’orario mattutino, ma è necessario che il bambino /adolescente si confronti anche in altri contesti, quelli pomeridiani, del tutto necessari per la sua crescita equilibrata: la palestra, i campi da calcio, il cortile sotto casa.....
Tempi che invece da alcuni genitori vengono rivendicati come di propria spettanza e prioritari per se stessi.
Ed è per questo che, per noi, è evidente e chiaro il collegamento tra applicazione della cd “bigenitorialità materiale” e l’elevato tasso di suicidi svedese!
Dividere il tempo tra un padre ed una madre, che si impongono l’uno sull’altra per ottenere al 50% il figlio, significa che a questo bambino/adolescente, avendo a che fare con genitori immaturi ed egocentrati, non sarà permesso di avere tempo, attenzioni ed energie da spendere con i coetanei, con cui imparare ad affrontare il mondo, gli altri...cioè sarà un bambino e un adolescente drammaticamente SOLO!
Perché l' esigenza dei bambini, specie poi quelle degli adolescenti, è GIOCARE CON I COETANEI ed in tal modo imparare ad affrontare i rischi del mondo, senza averne paura, anche perché inserito in contesti di amici che lo accompagneranno per anni.
Un bambino/ragazzo che è invece costretto a stare TUTTO O QUASI TUTTO IL TEMPO con papà e mamma (per colmare il vuoto affettivo o i sensi di colpa degli ADULTI) magari anche dovendo fingere di divertirsi con loro e di preferirli alla festa di compleanno del compagnetto, o alla recita di fine anno scolastico, o alla partita della propria squadra (perché sennò papà o mamma si offendono e sono gelosi di chissà cosa e chissà chi) in realtà E' SOLO!
Certo non in senso fisico...ma psicologicamente e affettivamente SOLO: perché nessuno capisce le SUE esigenze e perché, sempre impegnato con papà e mamma, finisce per essere isolato dai coetanei!
Pensiamoci, prima di far approvare una riforma abnorme e fallimentare, che ucciderà i nostri figli!
Una volontà legislativa, quella sottesa a questa Riforma normativa, che non pone in primo piano le esigenze dei bambini ma quelle dei genitori...suicidando il futuro del nostro Paese e dei nostri figli!
IL RUOLO DELL'ASSISTENTE SOCIALE
L'intervento dell'assistente sociale con le donne vittime di violenza
15/09/2018  Autrice: Dott.ssa Susanna Curcio, assistente sociale
Ormai, quasi ogni giorno, ci ritroviamo a leggere e ad ascoltare alla tv atti di violenza nei confronti delle donne e spesso purtroppo queste situazioni, anche se vengono denunciate, risultano sottovalutate dalle nostre istituzioni.
Su tutto il territorio italiano esistono tuttavia professionisti e organizzazioni che si attivano per la difesa di queste vittime innocenti e per combattere il fenomeno della violenza di genere dilagante. Centri anti-violenza, associazioni di promozione sociale e volontariato, consultori famigliari e servizio sociale professionale si adoperano quotidianamente con la presenza di operatori preparati e qualificati per interventi efficienti ed efficaci. Medici, psicologi, avvocati, assistenti sociali, operatori sociali e volontari lavorano in rete affinché la donna non si senta sola e venga presa in carico da un equipe multidisciplinare, per un supporto e un sostegno totale lungo tutto il suo percorso.
In particolare la figura dell'assistente sociale, durante il primo colloquio conoscitivo con la donna, cerca di analizzare la situazione riportata dalla stessa, approfondendo le criticità e individuando le risorse personali ed economiche presenti. Fondamentale infatti, risulta la fase dell'accoglienza, poiché se la donna viene messa a proprio agio e percepisce comprensione, empatia e complicità, questa riuscirà ad aprirsi e a raccontare la violenza subita. L'operatore dunque, deve essere in grado di ottenere la fiducia della donna, così da essere da stimolo per il cambiamento della condizione della vittima. L'assistente sociale, inoltre, fornisce le informazioni necessarie sulle azioni da perseguire, qualora si decida di denunciare e intraprendere un percorso di autonomia e libertà dall'uomo maltrattante. La donna e l'assistente sociale, secondo le esigenze proprie della vittima e considerata l'eventuale presenza di figli, progettano compiti e azioni sulla base di obiettivi ben definiti, attraverso l'attivazione di servizi specializzati presenti sul territorio e sviluppando una rete di aiuto parentale/amicale.
In tutte le fasi del processo d'aiuto, l'operatore coinvolge la vittima in tutte le decisioni da prendere, su quali problemi lavorare e intervenire con urgenza, allo scopo di responsabilizzare la donna e rafforzare la sua autonomia e autostima. D'altro canto è la vittima stessa ad aver voglia di uscire dalla situazione di violenza, ed è per questo che l'assistente sociale deve rispettare i tempi di ciascuna donna, spesso alternati da desiderio di rivalsa ed emancipazione ad altri di ripensamento.
L'operatore deve sempre garantire la riservatezza su ciò che viene riferito dall’utente, entro i limiti previsti dalla legge.
L'assistente sociale nel momento in cui si trova a dover lavorare con questo tipo di utenza, collabora con altri professionisti del settore e associazioni del territorio, che si occupano di questa problematica. Il lavoro di equipe è fondamentale nella presa in carico della donna, così da intervenire su tutti gli aspetti che prevedono un intervento.
Di seguito le azioni più importanti dell'assistente sociale qualora si ritrovi a dover affrontare una richiesta di aiuto di donna maltrattata:
  • nei casi di emergenza e pericolo si provvede all’allontanamento della donna e dei figli dalla casa familiare, predisponendo l'inserimento immediato in una struttura protetta o presso parenti/conoscenti che si rendano disponibili;
  • fornire indicazioni o accompagnamento personale della donna presso le forze dell’ordine per presentare una denuncia penale;
  • assicurare supporto nella ricerca di una consulenza legale per l'avvio del procedimento di separazione, divorzio ed affido dei figli minori;
  • nel progetto di autonomia, dare sostegno nella ricerca di un lavoro o per il mantenimento del posto di lavoro;
  • fornire aiuto nella richiesta di sussidi economici al Comune di competenza, se sussistono i presupposti per ottenerli;
  • dare sostegno nella gestione e organizzazione dei figli minori ;
  • attivazione di un supporto psicologico e di altri professionisti che aiutino la donna a superare il momento di difficoltà.             
Purtroppo la donna vittima di violenza si mostra reticente nel richiedere aiuto all'assistente sociale: in genere ha paura di non essere creduta, di essere giudicata o che venga minimizzata la situazione. Soprattutto l'idea che gli assistenti sociali provvedano all'allontanamento dei figli spaventa ulteriormente la vittima di violenze e abusi endofamiliari. Invece, proprio in questi casi, si ritiene opportuno mantenere unito il nucleo madre-bambino per non portare ulteriori sofferenze e squilibri alla vita dei minori. Per far si che questa diffidenza nei confronti dell'operatore sociale cambi, bisogna lavorare sull'informazione, diffondendo gli ideali, i valori e i principi su cui si fonda la professione, il ruolo e le azioni che l'assistente sociale mette in atto di fronte a queste circostanze. Dunque, a questo fine, bisognerebbe lavorare su un cambiamento culturale e sociale, così che la donna possa sentirsi tranquilla e libera nell'affidarsi agli enti preposti in cui è presente questa figura professionale, preparata e continuamente aggiornata per rispondere in modo adeguato alle richieste di aiuto di queste donne in difficoltà.
L’UOMO MALTRATTANTE
Una lettura del fenomeno a partire dall'esperienza del Centro di Ascolto Uomini Maltrattanti di Roma
06/08/2018  Autore: Dott. Andrea Bernetti, psicoterapeuta, Presidente del C.A.M Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Roma Onlus
Pubblichiamo un contributo del Dott. Andrea Bernetti, psicoterapeuta e Presidente del CAM (Centro Ascolto Uomini Maltrattanti di Roma Onlus) il quale si occupa da molti anni di uomini maltrattanti. Avere un confronto con diverse professionalità ci consente di operare al meglio nella prevenzione della violenza che, spesso, potrebbe essere fermata prima dei tragici epiloghi  che leggiamo sui giornali, se solo si conoscessero i meccanismi psicologici sui quali intervenire subito.

Chiama un uomo, piangendo, è tornato a casa e non ha trovato nessuno, né la moglie, né i figli. Sono passati alcuni giorni, ha provato a chiamarla ma non ha ricevuto alcuna risposta, le ha scritto ma lei non ha letto. Ci chiama perché qualche mese prima sua moglie gli disse di contattarci, perché doveva cambiare, ma lui allora non lo ha fatto. Lo accogliamo il giorno dopo, piange ancora, non capisce cosa gli stia succedendo, non sa come fare e non sa darsi pace. Gli chiediamo cosa succedeva nel suo rapporto, lui ci racconta che era molto geloso, che si arrabbiava spesso, ma lo faceva perché lei e i suoi figli sono l’unica cosa che ha al mondo, non voleva perderli. Gli dico che molto probabilmente la donna con i bambini è in una casa rifugio, non è raggiungibile e presto avrà informazioni in merito, che dovrebbe iniziare a farsi qualche domanda. Lui non capisce, non si capacita. Dice che da solo non sa come fare, che senza di loro non ha nulla, non è nulla.
Quest’uomo è uno dei tanti uomini che ci hanno chiamato e dei tanti che ci contatteranno. Noi siamo il CAM di Roma, il Centro di Ascolto per Uomini Maltrattanti. Siamo uno dei pochi centri in Italia che offrono un’opportunità di cambiamento agli uomini che agiscono o temono di agire una qualche forma di violenza contro donne e minori nelle loro relazioni affettive. Un progetto in Italia piuttosto innovativo, se pensiamo che il primo centro è nato nel 2009 a Firenze e noi a Roma siamo nati formalmente nel 2014 e attivi dal 2015, mentre nel resto d’Europa già negli anni 80 esistevano esperienze simili.
Le storie che abbiamo ascoltato in questi anni sono diverse tra di loro, alcuni ci contattano ai primi episodi, altri quando la situazione è esplosa, altri ancora mentre hanno un procedimento penale in corso. Ma ci sono alcuni elementi che ritornano in queste storie, elementi che ci fanno intuire che quel che si agita nella violenza di genere è qualcosa di molto profondo che riguarda tutti noi e che parla della nostra cultura e di come ogni uomo (inteso come genere) si costruisce la propria identità e le proprie relazioni in questa cultura.
La violenza degli uomini contro le donne c’è sempre stata, ma fino agli anni 50 del secolo scorso era una violenza pienamente iscritta nelle regole sociali, una violenza che potremmo definire affermativa. In sostanza la cultura indicava l’uomo come l’unico soggetto sociale, come una sorta d’istituzione che vantava, per il solo fatto di esistere, un riconoscimento e alcuni privilegi. La donna non era un vero e proprio soggetto socialmente riconosciuto, era piuttosto un oggetto di possesso, e in questa logica era concepibile e culturalmente accettato che la violenza dell’uomo potesse essere uno degli strumenti legittimi per affermare questo potere sulla donna.
Dagli anni 50, con quella che Pasolini definì come la “mutazione antropologica”, anche la violenza di genere cambia significato, non è più, progressivamente, una violenza “affermativa”, ma una violenza “disperata”, un tentativo, disperato appunto, di riportare al passato qualcosa che è cambiato, ma anche di riuscire a stare in un mondo che non si capisce e non ci garantisce un’identità.
L’uomo diventa quindi una delle tante “istituzioni autoreferenziali” che entrano in profonda crisi. Tutti quei soggetti che si sono vissuti come istituzioni scontatamente date, in qualche modo fuori dal tempo e dal mondo, immutabili e imprescindibili, cioè quei soggetti del “lei non sa chi sono io”, del “pretendo rispetto”, ad esempio la scuola, la politica, i genitori, la sanità, entrano in profonda crisi perché non riescono a costruire il rispetto attraverso la credibilità e la capacità di generare risposte valide, lo pretendono in maniera autoreferenziale a partire da un ruolo, da una posizione acquisita.
L’uomo, il maschio, è una delle tante istituzioni in crisi, perché in secoli di posizione di potere scontatamente dato non ha affinato le sue capacità di comprendere il mondo e di sapersi adattare ad esso, competenze emozionali, espressive, relazionali, affettive.
Le donne, nei secoli passati, ogni metro vissuto fuori dalle mura domestiche se lo sono conquistato con determinazione e competenza: le prime donne che si sono laureate, quelle che hanno iniziato a lavorare fuori dal contesto familiare, ad uscire, a dire la propria, che hanno scelto liberamente il proprio modo di essere al mondo, che hanno manifestato e fatto lotte politiche, lo hanno fatto dimostrando ad un mondo scettico e ostile di poterlo fare, quindi mostrando il proprio valore, la propria identità, le proprie capacità, i propri obiettivi.
Noi uomini, in quanto uomini, cioè in riferimento alla nostra identità di genere, questo percorso di uscita dal contesto sicuro non l’abbiamo mai fatto in maniera ampia e sistematica ed è proprio per questo che culturalmente abbiamo attualmente una grandissima difficoltà a dare senso e motivare la nostra presenza al mondo al di fuori di stereotipi e modelli culturalmente dati, al di fuori dei contesti rassicuranti, per questo abbiamo una grande difficoltà a parlare delle emozioni, a condividerle, a socializzare i nostri vissuti più profondi.
Gli uomini che ci contattano raccontano di questa violenza disperata, cioè del tentativo disperato, difronte all’incapacità di stare in questo mondo non più certo e accogliente a priori, di avere una donna “oggetto” che li rassicuri di avere una identità, un ruolo, un posto al mondo garantito, in cui sentirsi uomini “come una volta”. Queste donne funzionano come “stampelle”, sono le stampelle su cui gli uomini poggiano la loro identità zoppa, inadeguata sia nei confronti di stereotipi e modelli (fortunatamente) irreplicabili del passato, sia nei confronti di un mondo privo di garanzie.
Come ci ha detto quell’uomo citato in apertura, “senza di lei non sono nulla”. Quest’affermazione non ha a che fare con l’amore, con la nostalgia e il lutto per la fine di un amore, che possono farci sentire vuoti e persi nel momento della perdita, queste parole ci raccontano il vissuto di una identità maschile che, nel momento in cui perde la “stampella”, si sente inadeguata, una nullità.
La relazione che l’uomo propone alla donna “stampella” ha però anche il suo fascino, perché è attraente e accattivante sentirsi come la donna che, unica al mondo, può rendere quell’uomo felice e completo, sentirsi in qualche modo voluta, cercata, desiderata. Anzi molto spesso, proprio per attrarla, l’immagine che viene offerta è quella della donna al centro del mondo, su cui tutte le attenzioni dell’uomo si focalizzano, tutte, troppe…. Regali, sorprese, messaggi, feste, cene, galanterie, spesso sono il modo bello e seducente con cui per primo si mostra la violenza.
All’inizio quindi la relazione può essere vissuta come un vero amore, anzi spesso come qualcosa di straordinario. In questo possiamo notare una forte similitudine tra il comportamento mafioso e quello del maltrattante: il mafioso si mostra con macchine, soldi, oro sul petto, donne, offre un’opportunità di essere come lui potente, offre la sensazione di  forza e potere, ma in cambio chiede un asservimento totale, un possesso senza più via d’uscita; così anche l’uomo si mostra con una grande capacità seduttiva e manipolatoria, per poi privare di libertà la donna.
Pur avendo le sembianze di una storia d’amore è sin dall’inizio, anche, una storia di violenza, dapprima violenza psicologica non facilmente percepibile, un lento lavoro di attrazione e di incatenamento a regole limitanti la libertà. Progressivamente la donna diventa una stampella, preziosa, essenziale, fondamentale, insostituibile, ma pur sempre una stampella, un oggetto.
Questo è il fondamento della violenza: la trasformazione di una persona e degli affetti in oggetti.
L’oggetto non muta, lo può mutare chi lo possiede ma esso non muta, questo è il punto centrale, la perdita totale della libertà di cambiare, di esprimersi, di essere se stessi.
Fino a quando la donna non reclama questo diritto fondamentale a essere se stessa il rapporto continua senza problemi, pur essendo già violento, ma nel momento in cui la donna sente la necessità di tornare ad essere soggetto e non più oggetto, esplode la relazione e si palesa la violenza.
Gli uomini arrivano al CAM in questo momento mostrandosi, potremmo dire coerentemente, come vittime, si sentono veramente tali e nella loro logica non possono essere che vittime di un tradimento.
Sostanzialmente quello che dicono è questo: c’era un accordo tra di noi, lei mi faceva da stampella, io mi sentivo così completo e sicuro, lei, in quanto stampella, non avrebbe mai avuto alcun problema, ora lei ha tradito questo accordo e io mi trovo a terra, un uomo perso e senza strumenti per stare al mondo. Il suo tradimento è una minaccia alla mia stessa vita, io ho il diritto di difendermi cercando di riportare la situazione alla condizione ex ante, oppure ho il diritto di vendicarmi.
Gli uomini si presentano come vittime e in questo senso giustificano la propria violenza, pur formalmente magari accettando di aver fatto un errore. La loro domanda, nei nostri confronti, è una domanda magica di restituzione di una condizione persa: convincere lei a tornare sui suoi passi, confermare la sua teoria che lui è una vittima e lei è una pazza, diventare noi, in qualche modo, la sua nuova stampella consolatoria.
Quel che è importante capire è che per gli uomini in questa situazione è in gioco non semplicemente la fine di una relazione, ma la loro stessa vita, la loro possibilità di essere al mondo, per questo diventa possibile la violenza, fino alla morte, perché di vita o di morte si tratta.
Raccogliere questo tipo di domande significa analizzarle sviluppando un percorso di risignificazione del senso stesso del venire al CAM, dalla domanda magica di restituzione di un potere, illusorio e impotente, perso, ad una domanda di sviluppo delle loro capacità di adattarsi al mondo, ai cambiamenti, di superare le modalità relazionali fondate sulla pretesa (“fammi da stampella”), sulla lamentazione (“non sei più la donna di prima”), sulla diffidenza, sul controllo, emozioni che si coagulano nel vissuto della gelosia, del tradimento, del “non mi dai più alcuna importanza”. Vissuti che ci riguardano tutti, che nell’uomo maltrattante si radicalizzano nelle forme della violenza e della vendetta in quanto egli ha la percezione che sia in gioco la vita, la capacità di esistere al mondo.
Abbiamo provato brevemente a dare una lettura e una descrizione di ciò che avviene quando un uomo viene al CAM e di cosa lo porta a noi, una lettura che non vuole essere esaustiva, ma che permette di dare senso a molte delle vicende connesse alla violenza di genere, un approccio, questo, che, inoltre, unisce la visione psicologica e culturale del problema della violenza. Da anni, e ancora oggi, prosegue la stucchevole discussione se la violenza di genere sia un problema psicologico o culturale, discussione che possiamo superare con un approccio psicosociale, al quale la nostra proposta di lettura si rifà, approccio per cui i due elementi sono in costante dialogo, perché non esiste individuo senza contesto e contesto senza individui, in cui lo psichico è rintracciabile nel contesto come nelle persone.
Per un approfondimento sull’approccio psicosociale vi consiglio la lettura  di “Analisi della domanda – Teoria e tecnica dell’intervento psicologico” Renzo Carli e Rosa Maria Paniccia. Ed. Il Mulino 2003.
LA RESPONSABILITA' DELLO STUPRO NON E' MAI NELLA PROVOCAZIONE DELLA VITTIMA
20/07/2018  Autrice: Marzia Lazzerini
Lei si è ubriacata volontariamente dunque non sussiste un’aggravante. Questa la decisione della terza sezione penale della Cassazione che ha ordinato un nuovo processo per rivedere le condanne degli stupratori solo sulla questione dell’applicazione di un’aggravante. Condannati sì, dunque, i due uomini che hanno costretto a più rapporti sessuali una ragazza, perché hanno abusato sessualmente di lei ma senza aggravante per il fatto che lei fosse ubriaca.
È certo che la ragazza abbia bevuto volontariamente dell'alcool e per questo motivo non si può accusare gli stupratori di averla costretta a bere. Ormai, sappiamo che approfittare dello stato confusionale in cui si trova una persona è reato, così come sappiamo che lo è approfittare di uno stato di minorata capacità fisica e mentale. Sappiamo anche che un atto sessuale senza il consenso esplicito di una delle due persone è da ritenersi uno stupro. Quindi cosa ha portato la Corte di Cassazione a decidere che lo stato di confusione mentale della vittima non abbia consentito alla stessa di dare un consenso valido ed allo stesso tempo che i due uomini, nonostante siano accusati di violenza sessuale di gruppo, non abbiamo meritato l'aggravante per aver approfittato della condizione in cui si trovava la ragazza?
L'Avvocato penalista Sergio Bellotti ci spiega che "la normativa sulla violenza sessuale ha già in sé proprio come aggravante il fatto di approfittare (ed attenzione: non si parla mai di induzione o provocazione) della minorata capacità di una persona determinata dal fatto che quella sia in stato di ebrezza o tossicodipendenza o altro. L'articolo 609 cp, invece, così come è stato applicato nella sentenza di Cassazione ci dice che poiché non è stato l'aggressore a mettere la vittima in questa specifica situazione di minorata capacità di intendere, allora non può essere responsabile del fatto che la vittima, in quel momento, non si sia potuta difendere da sola. Questa è chiaramente una forzatura normativa con la quale si vuole far passare il principio secondo il quale lo stato in cui si trova la persona nel momento di un’aggressione a sfondo sessuale sarebbe uno stato addirittura neutro. Tutto questo è chiaramente dettato dal periodo storico che stiamo attraversando e nel quale le donne non possono assolutamente permettersi di abbassare la guardia".
Ciò porta a pensare che questa sia una sentenza che può in qualche modo creare un precedente importantissimo sulla questione della minorata capacità fisica, mentale e psichica di una persona.
Se pensiamo, per esempio, ad una persona disabile è chiaro come questa non sia in grado di potersi difendere da sola ma è altrettanto chiaro che non sarà un suo eventuale aggressore ad aver messo in uno stato di minorata difesa la persona disabile. Sappiamo bene, purtroppo, quante violenze siano perpetrate su ragazze disabili proprio perché impossibilitate a difendersi, così come i bambini e le bambine i quali non sono sicuramente in uno stato di incapacità fisica o mentale ma per la loro età e formazione sulla sessualità in quella fase della loro vita non sono in grado di difendersi o di decidere nulla, davanti ad abusi sessuali. Non è un caso infatti che spesso i bambini (così come le giovani donne) si trovino impotenti davanti agli abusi sessuali subiti che fanno loro perdere ogni riferimento e, infatti, solo dopo anni tali vittime riescono a raccontare ciò che hanno patito.
Resta ancora una domanda: la condanna che è stata comminata è di 3 anni per uno stupro di gruppo ai danni di una giovane donna, in condizioni che la ponevano non in grado di dare un valido consenso. Allo stato attuale si sta "giocando" al ribasso della pena cercando di non far valere l'aggravante e questo porterà senz'altro ad una riduzione della pena. In Spagna per una condanna di 9 anni, in una situazione simile, ci sono state manifestazioni e mobilitazioni di ogni genere. L'Italia, come intende muoversi?
VI MOSTRO IL MIO CORPO. LA VIOLENZA CHE NESSUNO VUOLE VEDERE
05/07/2018  Autrice: Marzia Lazzerini
"Queste foto me le ha fatte mio padre. Dovevano rimanere private ma, visto che si continuano a mostrarle, al telegiornale, le foto delle donne uccise che sorridono insieme ai loro carnefici, ho deciso di renderle pubbliche.. Io ho fatto una scelta forte e provocatoria, anche con un po' di vergogna, ma ho capito la necessità di dare una immagine reale della violenza... Questo era da notare, non il trucco waterproof non tolto la sera prima o le mie labbra. Mettere a disposizione di tutti il mio corpo martoriato, la mia espressione sconvolta devono servire da monito".

     

Queste sono le parole di Lidia ancora oggi, dopo sei anni, il giorno dell'anniversario più brutto della sua vita, dopo aver avuto il coraggio di denuciare l'uomo che l'ha massacrata di botte tentando di ucciderla, dopo aver avuto il coraggio di pubblicare, non senza vergogna, le sue foto dopo il massacro. Un corpo nudo, ferito, sanguinante, livido, martoriato, una stanza divelta dalla violenza di un uomo che la sera prima dice di amare quella stessa donna. Queste sono le immagini della violenza. Queste sono le immagini che devono essere viste, che devono servire per il futuro. Non le vogliamo più vedere le immagini di donne sorridenti abbracciate agli uomini che le hanno uccise. Le foto sono un pugno nello stomaco. Ma dopo sei anni ancora devono servire. Perchè gli uomini, può succede, tornano in libertà. E senza alcun controllo.
Quella di Lidia Vivoli è una storia iniziata 6 anni fa, in provincia di Palermo, e che ancora non ha una fine. È una storia di violenza e di tentato femminicidio. E una storia Che non è finita con il coraggio di denunciare e non è finita mandando a processo l'uomo che l'ha ridotta in fin di vita. L'ex compagno durante la notte si alza e comincia a massacrarla per ucciderla. La colpisce con una padella in ghisa, le sferza delle forbici su tutto il corpo. In fin di vita si salva perchè le promette di non denunciarlo. Ma questa volta invece lo denuncerà. Quattro anni e sei mesi per tentato omicidio e sequestro di persona. Dopo 5 mesi esce agli arresti domiciliari. Fuori controllo, di se e delle istituzioni, rientra in carcere con l'accusa di stalking. Oggi è nuovamente  agli arresti domiciliari. E' stata emessa infatti un'ordinanza modificando la misura del carcere con quella dei domiciliari sotto il controllo elettronico: il famoso braccialetto elettronico.
All'inizio, circa due mesi fa, quando è stata emessa la misura cautelare, era stato dichiarato che i dispositivi in Italia non erano sufficienti. Per lui non c'era. Rischiava di tornare a casa senza nessun controllo. Ma se i braccialetti elettronici non ci sono si può comunque decidere per la misura cautelare. Questo è lo stato dei fatti. Lidia può avere un po' meno paura ad oggi.
Ma la domanda è sempre la stessa: chi tutela le donne vittime di violenza? "Chi mi proteggerà" è la domanda che tutte le donne che hanno subito violenza si fanno. Ricordiamo che in Italia e nei paesi della UE il femminicidio non costituisce uno specifico reato. Nel maggio 2017 il gruppo di esperti di cui si avvale l’UNODC (United Nations Office on Drugs and Crime) per la definizione e l’implementazione della Classificazione Internazionale dei reati, di cui è parte anche l’Istat, ha riconosciuto il femminicidio come ‘‘un omicidio di una donna compiuto nell’ ambito familiare, ovvero dal partner, da un ex partner, o da un parente’’(studio Istat dell'11 aprile 2018). Sempre grazie ai dati istat sappiamo che negli ultimi cinque anni si osservano segnali di miglioramento rispetto all’ incidenza del fenomeno e una maggiore consapevolezza da parte delle donne, soprattutto giovani. Tuttavia lo zoccolo duro della violenza non è intaccato ed è in crescita la violenza assistita dai figli. Le donne spesso non parlano con nessuno di ciò che subiscono e poche denunciano alle forze dell’ordine. La maggior parte delle donne che ha subito violenza e che ha paura, infatti, aveva già denunciato. Lidia è una di queste.
GRANDE FRATELLO? NO, GRANDE IMBARAZZO
02/05/2018 Autrice: Raffaella Bocci
Sono lontani i tempi in cui Pietro Taricone & company sperimentavano per la prima volta l’esperienza di vivere 24 ore su 24 ripresi dalle telecamere. Allora, i ragazzi della casa più spiata d’Italia non avevano la più pallida idea di cosa avrebbe significato per loro la partecipazione ad un reality show.
Nessun copione, nessuna vetrina televisiva di esibizionisti senza fama, solo dei ragazzi che giorno dopo giorno dimenticavano di essere spiati e tiravano fuori la loro indole. Qualche piccola trasgressione, sempre velata da un certo pudore: effusioni sotto una coperta, abiti provocanti ma mai eccessivi.
Cos’è rimasto di quel "Grande Fratello”? Nulla. Negli anni il casting del Grande Fratello ha selezionato improbabili personaggi sempre più fuori luogo, che pur di ritagliarsi il loro attimo di gloria hanno perso qualsiasi inibizione.
Un format che ha perso di valore in tutti i sensi fino a rasentare l’assurdo con questa ultima edizione.
Più che "Grande Fratello" dovrebbe essere ribattezzato "Grande Imbarazzo". Una trasmissione che non fa bene a nessuno. Inconcepibile e inammissibile, né la rete né gli autori né i partecipanti fanno una bella figura, anzi.
Dopo tutti i fatti di cronaca, dopo tutti gli eventi di sensibilizzazione contro la violenza e il bullismo, come si può tollerare una trasmissione in cui degli uomini mettono all’angolo una donna minacciandola, insultandola e pianificando atti delinquenziali veri e propri?
Non è tv spazzatura, non è cattivo gusto, ma è tollerare comportamenti che non solo andrebbero puniti ma anche perseguiti. Si è passati dalle limitazioni della censura al considerare “normale” ciò che normale non può diventare. Non possiamo assuefarci alla violenza e questi programmi rischiano di portare a questo. L’eliminazione di un concorrente non è sufficiente, quello che continuerà ad entrare nelle case degli italiani è la rappresentazione di un mondo che non può essere accettato. Neanche in nome dello share.

ANTONIETTA GARGIULO: UNA SANTA MARIA GORETTI DEL XXI SECOLO?
05/04/2018  Autrice: Simona D'Aquilio
Il caso di Antonietta Gargiulo, aggredita il 28 febbraio scorso dal marito, il quale l’ha gravemente ferita con la propria pistola di ordinanza per poi uccidere le loro due bambine Alessia e Martina, ha scosso profondamente le nostre coscienze. Tutti indistintamente abbiamo sperato sino alla fine che le piccole potessero essere ancora vive, nonostante la lunga trattativa dei Carabinieri non lasciasse presagire nulla di positivo.
Il drammatico epilogo ci ha posti, ancora una volta, dinanzi alla gravità della situazione di moltissime donne separate. Ancora una volta, noi operatori del diritto ci siamo sentiti invasi da un senso di impotenza, di profonda inadeguatezza a proteggere le vittime di violenza. A questo si è aggiunto il senso di rabbia, di frustrazione per una storia troppo uguale a molte altre, tratteggiata chiaramente in ogni aspetto dal racconto che i media hanno fatto della vicenda personale e matrimoniale di Antonietta Gargiulo.
Capasso ha organizzato la propria vendetta in modo meticoloso, preciso, puntuale senza alcun tentennamento in quella che sembra essere stata una vera e propria esecuzione delle proprie bambine.
Di Antonietta Gargiulo, subito dopo i tragici fatti, abbiamo saputo che era in ospedale e che alla vigilia dei funerali delle figlie le è stata data la notizia che nessuna madre vorrebbe mai avere.
I fatti che ci preme analizzare, oggi, si sviluppano fra il prima ed il dopo figlicidio con un drammatico fil rouge che delinea l’intera vicenda: quello del perdono.
Durante le esequie delle povere Alessia e Martina, il parroco ha pronunciato una frase che ha destato un subitaneo mormorio in tutta la chiesa: ”La famiglia ha perdonato”. Una frase che, a ben guardare, è molto più di una mera comunicazione di un fatto, di una volontà della vittima e della sua famiglia. Una frase che è arrivata come un tuono, un colpo ulteriore alla memoria delle bambine trucidate dal loro padre. Una frase che, forse, porta in sé l’essenza di ciò che è accaduto sotto gli occhi di un’intera comunità.
Il parroco evoca un perdono TOMBALE, un vero e proprio masso sepolcrale a copertura definitiva di qualunque commento, polemica, domanda circa le azioni di Capasso ma siamo certi che si riferisca SOLO a Capasso? Non è, forse, più probabile che si sia sentita l’esigenza di mettere a tacere qualunque senso di colpa, rigurgito inconscio e domanda su cosa si potesse fare per evitare questo dramma?
Il perdono, si sa, è frutto di una profonda elaborazione del lutto, di un’analisi dei fatti, di una sedimentazione della rabbia, di una consapevolezza tale che porta la vittima a sostenere di aver superato il proprio trauma tanto da poter perdonare il proprio carnefice.
Il perdono di Antonietta Gargiulo, offerto dal parroco alla propria comunità, sembra invece il frutto di una sorta di rapida liquidazione di un evento scomodo, che potrebbe far tremare ancora a lungo le coscienze. Il perdono di Antonietta è più simile a quello di una santa che non a quello di una donna, di una madre privata delle proprie figlie.
Allora un’altra questione si pone alla nostra analisi: l’immagine di Antonietta introiettata dalla comunità e dallo stesso Capasso. Un’immagine di martire, forse, di una donna ferita, tradita più volte dal marito, picchiata, maltrattata in privato e, dopo, in pubblico ma che sopporta in silenzio, con dignità, che non denuncia ma cerca un aiuto umano fra conoscenti e superiori del marito. Una donna di tal fatta, con la propria decisione di separarsi, però, cambia le regole del gioco. Lo stesso Capasso ne resta spiazzato per primo: sua moglie non lo perdona più, non accetta più maltrattamenti pubblici e privati e si ribella!
Eppure questo cozza profondamente con la donna che egli conosce e che non può che perdonarlo!
Il perdono, quello che Capasso cercava pur continuando a fare la propria vita fuori casa, con l’ultima delle sue amanti, arriva come uno schiaffo in volto durante il funerale di Alessia e Martina. Arriva assolutamente fuori luogo quindi inaspettato. Arriva come messaggio ad un’intera comunità, un messaggio che sembra dire: ”Perdoniamoci perché sapevamo e non abbiamo agito, non abbiamo aiutato a sufficienza Antonietta. Se lei perdona, chi siamo noi per continuare a riflettere su questa vicenda?”.
Non è azzardato ciò che veniamo ricostruendo nella nostra analisi. Non lo è perché la tempistica del perdono è stata frettolosa e la comunicazione è stata fatta pubblicamente.
Non è azzardato, dunque, sostenere che il parroco ha dato a se stesso ed ai propri fedeli il solo messaggio che poteva alleggerire le loro coscienze: Antonietta perdona come la povera santa Maria Goretti la quale perdona il proprio assassino, in punto di morte.
Non vogliamo entrare nelle dinamiche personalissime di una donna ferita a morte ma abbiamo il dovere di chiederci: è questo che vogliamo? Il supremo sacrificio di una donna, di una madre che RINUNCIA a qualsivoglia forma di giustizia perché avrebbe perdonato? Siamo sicuri che ciò non si traduca, di nuovo, nella resa della Giustizia? Nella delega al divino di ogni forma di giudizio e, quindi, di risarcimento sociale di ciò che accade quotidianamente in Italia?
Noi siamo persuasi che non abbiamo bisogno di nessuna Santa Maria Goretti del XXI secolo ma solo di Giustizia, possibilmente umana e non divina…

PERCHÉ L’INIZIATIVA GIUDIZIARIA DI MAISON ANTIGONE PER I FATTI CRIMINALI DI CISTERNA DI LATINA
21/03/2018  Autore: Sergio Bellotti, Avvocato Penalista
La nostra Associazione ha deciso di andare fino in fondo e chiedersi se si sarebbe potuto fare qualcosa di più, per evitare l’ennesima strage familiare annunciata e pianificata.
Sarebbe bastato forse leggere più attentamente e meglio i messaggi mandati dall’assassino nell’etere, via fb, in cui egli abbastanza esplicitamente preannunciava di esser capace, dunque presumibilmente  in procinto, di fare qualcosa di inaudito e drammatico.
Sarebbe bastato chiedersi quale fosse la reale personalità di quest’uomo, posto che a quanto pare ed in base alla letturadi commenti espressi  da sedicenti ex compagne di classe, via fb, fin da ragazzino il Capasso avrebbe mostrato un’indole non proprio pacifica, pur avendo in seguito rivestito la divisa dell’Arma e venendo dotato di un’arma di ordinanza.
Sarebbe bastato ascoltare con più empatia e senso di responsabilità la povera moglie e le figlie terrorizzate, non limitandosi a chiedere loro la comprensione e il perdono, ma sentendosi in prima persona coinvolti e corresponsabili per quelle confidenze, che altro non erano se non un grido di aiuto a fare qualcosa in loro difesa.
Non esistono solo reati di azione, ma anche di omissione.
La complicità della società si manifesta quando essa decide di voltarsi dall’altra parte e non fare nulla.
Noi, con l’azione oggi depositata, vogliamo ricordare che il senso e l’esistenza della società stessa si basa su un patto sociale regolato da valori di solidarietà, norme e responsabilità ben precise, la cui negazione, specie a livello istituzionale,  pone in grave crisi gli stessi capisaldi del nostro vivere comune.
L’Avv. Sergio Bellotti, noto penalista romano, persona sensibile ed attenta alla difesa delle vittime di violenza,  con le seguenti dichiarazioni ci ha espresso le nostre medesime  istanze, decidendo di affiancarci e di farsi con noi promotore di un’azione forte che svegli le coscienze, la società e tutte le istituzioni …nessuna esclusa:
“L’Art. 1 della Dichiarazione Onu sull’eliminazione della violenza contro le donne recita: “ E' violenza contro le donne" ogni atto di violenza fondata sul genere che provochi un danno o una sofferenza fisica, sessuale o psicologica per le donne, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà. “
Sul sito del Ministero dell’Interno fa bella mostra di sé la seguente pubblicazione:
“Della raccolta e monitoraggio dei dati sulla violenza di genere si occupa l'Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (Oscad), organismo interforze Polizia-Carabinieri. Per le segnalazioni è attivo il 1522, il numero verde di pubblica utilità della Rete nazionale antiviolenza.
Sono in campo molteplici interventi: la tutela delle vittime di maltrattamenti e violenza domestica, le risorse per finanziare un Piano d'azione antiviolenza e la rete di case-rifugio, la formazione sulle tecniche di ascolto e approccio alle vittime, di valutazione del rischio e individuazione delle misure di protezione, i corsi sulla violenza domestica e lo stalking.
E’ stata altresì inasprita anche la disciplina penale dei reati cd di genere, con misure cautelari personali, un ampliamento di casi per le associazioni a delinquere, la tratta e riduzione in schiavitù, il sequestro di persone, i reati di terrorismo, prostituzione e pornografia minorile e contro il turismo sessuale.
Sui territori le prefetture promuovono, dove emergono i bisogni e le esigenze, iniziative di informazione e sensibilizzazione per combattere sul nascere la violenza di genere: formazione nelle scuole, corsi di formazione per gli operatori delle strutture sociosanitarie, per migliorare la prima accoglienza, forme di collaborazione con gli enti locali e le associazioni per potenziare l'accoglienza e il sostegno alle vittime, task force e gruppi di lavoro per pianificare le iniziative e divulgare le best practice”.
Reti di protezione, sensibilizzazione delle strutture e delle amministrazioni, interventi normativi e campagne di educazione civica…. ma se la gestione delle emergenze di genere viene affidata ad una giustizia che non sa ascoltare, a forze dell'ordine che non vogliono intervenire, a servizi territoriali che non sono in possesso di adeguate competenze, rimane la cronaca a raccontare del fallimento del sistema, della società, degli uomini e delle donne chiamate in soccorso dalla vittima di turno.
Rimane però, anche e soprattutto, il dovere di vigilare da parte della Magistratura sulle inadempienze, le omissioni e le illecite determinazioni assunte all’interno di questo virtuale spazio di ascolto delle vittime, per confermare la presenza dello Stato anche dopo che il proprio fallimento è stato gettato nelle cronache nazionali; per comprendere dove e chi abbia sbagliato, per punire ed insegnare – per il futuro ed il presente – che mai si potrà giustificare condotte che siano penalmente sussumibili in un concorso omissivo colposo proprio in quelle attività delittuose e dolose che quotidianamente la cronaca ci racconta, quasi fossero figlie di una ineluttabilità tale da pulire le coscienze di chi avrebbe dovuto ascoltare, indagare, intervenire… e non lo ha fatto.
Il caso di Cisterna di Latina appare esemplare in tale dinamica e Maison Antigone ha deciso di dire Basta!
Basta con la tolleranza della “superficialità”, con la quale gli uomini dello Stato e delle istituzioni in genere hanno sempre liquidato fatti ed atti che, giuridicamente, sono veri e propri contributi causali alle stragi commesse dal Capasso di turno.
Attraverso questa iniziativa lo Sato, per mano della Magistratura, è chiamato a prendere una posizione su questi contribuiti causali, perché abbiano un nome ed un cognome, un processo ed una pena, se dovuta.
Perché chi deve… intervenga; perché le Forze di Polizia, i Servizi territoriali, i Magistrati e la Polizia Giudiziaria sappiano che tali saranno considerati e giudicati: contributi causali all’evento doloso e nella speranza che - in futuro - vi siano sempre meno tragedie con donne e bambini nel ruolo di vittime per le quali trovarsi a domandare … se si sarebbe potuto evitare.”


IL PARERE
Gli avvocati e il fascino perverso della Pas o alienazione genitoriale
08/02/2018  Autrice: Simona D'Aquilio
In questi giorni è tornato alla ribalta un argomento che gli avvocati familiaristi conoscono fin troppo bene: la cosiddetta Pas (sindrome da alienazione parentale-genitoriale) recentemente mutata in alienazione genitoriale e che abbiamo già descritto nel nostro articolo del 29 gennaio scorso.
Ciò su cui poco ci si interroga è il perchè questa “sindrome”, inventata di sana pianta da un sedicente Professore Docente alla Columbia University, eserciti il proprio fascino perverso su moltissimi avvocati.
La prima risposta che verrebbe spontanea è che la Pas costituisce una facile strategia difensiva, sebbene non degna di fondamento, peraltro costosissima (perché comporta un lungo iter processuale ed il coinvolgimento anche di consulenti del Tribunale e di parte, psicoterapia, percorsi di mediazione ecc…), che tuttavia costituisce essa stessa di per sé una fonte di traumi per i minori coinvolti.
Cavalcarla nei Tribunali è stato agevole e poco impegnativo, perché per evocarla è bastato citarne il teorizzatore, Richard Gardner, indicarne i titoli accademici (senza specificare che fossero inveritieri!) per poi passare ad illustrare brevemente al Giudice delle condotte considerate tout court “alienanti” di un genitore (normalmente la madre) verso l’altro, ma spesso senza specificare molto di più e senza che vi fosse un minimo di seria indagine preventiva, per poi semplicemente presumere, da ciò, l’esistenza di una “alienazione” e, per di più, di una “sindrome da alienazione” !
Una volta evocata la famigerata Pas, l’iter giudiziario diventa fra i più dolorosi e penosi immaginabili: i bambini ed i ragazzi vengono analizzati in minuziose CTU (consulenze tecniche d’ufficio) e, sovente, inviati in psicoterapia per recuperare A TUTTI I COSTI il rapporto con il genitore cosiddetto alienato (poco importa se fosse abusante o maltrattante il minore stesso).
Il tutto con somma soddisfazione del legale che ha messo in moto tale procedura nonché, almeno inizialmente, del genitore “alienato”.
Tuttavia la soddisfazione processuale ed economica non sono sufficienti, a nostro sommesso avviso, per spiegare l’enorme successo della Pas fra gli avvocati (degli psicologi ci occuperemo in separato articolo). Non lo sono perché è una lettura superficiale ridurre ad una mera questione di soldi e successo processuale tutto il male che viene fatto ai minori coinvolti, a causa della battaglia di CTU e CTP che si innesca in tali casi, ma anche perché spesso si impongono incontri protetti fra questi minori ed il genitore “alienato” (spesso abusante o maltrattante).
Dopo anni trascorsi nei Tribunali e patrocinando cause di diritto di famiglia, possiamo affermare che, a nostro sommesso parere, tra gli elementi che attirano gli avvocati in un procedimento di affidamento di minori che evochi la Pas vi sono anche fattori ulteriori e più profondi, spesso inconsci (altre volte perfettamente consci) all’avvocato medesimo e che affondano le loro radici nelle stesse dinamiche psicoaffettive del singolo legale, nelle sue motivazioni e nei suoi condizionamenti più intimi.
Gli avvocati del resto sono persone, assolutamente imperfette e con una propria storia che non ha ricadute evidenti in cause di diritto ordinario ma potrebbe averne in cause più delicate e dai risvolti psicologici ed affettivi importanti, come appunto avviene nelle separazioni e nei divorzi giudiziali. Gli avvocati che si dedicano al diritto di famiglia, dunque, dovrebbero avere una formazione di qualità ed improntata SEMPRE ad un’azione giudiziaria scevra da condizionamenti e pregiudizi personali perché, in caso contrario, non si può assumere una difesa efficace.
Pertanto, possiamo asserire che un avvocato che “sposi” la causa del proprio assistito in modo del tutto acritico fino al punto da cavalcare una sindrome inventata come la Pas, non sta svolgendo il proprio mandato con la necessaria competenza.
Aggiungiamo che il medesimo legale affascinato dalla Pas non può certamente difendere in modo efficace le donne vittime di abusi o maltrattamenti poiché, sovente, la Pas viene utilizzata proprio per smantellare ogni accusa di abuso o maltrattamento, assumendo che i figli (cioè i testimoni per eccellenza di reati endofamiliari) sarebbero manipolati dalla madre, vittima denunciante.
Di conseguenza, ci chiediamo come possa un legale che ha utilizzato la Pas nella propria casistica giudiziaria, ergersi a paladino dei diritti delle donne vittime di violenza. Eppure è ciò che accade con un dualismo quasi schizofrenico.
Si tratta di quesiti che dovrebbero far riflettere innanzitutto gli avvocati, proprio quelli che hanno subito il fascino della Pas e che sono convinti essa esista davvero. Dovrebbero essi stessi distinguere fra ciò che è un comportamento rilevabile oggettivamente ed analizzabile nel contesto in cui si manifesta ed una sindrome che venne inventata per colpire le vittime di violenza e, spesso, viene spasmodicamente cercata nelle CTU per finalità che sono assai lontane dal tutelare il benessere dei minori.
Occorrono, dunque, un’etica ed una coerenza professionale che vanno ben oltre il codice deontologico forense e che dovrebbero fare naturalmente parte del sentire ed agire di un avvocato familiarista competente.
Il nostro compito, quello degli avvocati, non è quello di creare sindromi pur di vincere una causa. Il nostro compito è difendere un assistito e le sue ragioni, ma solo se queste sono legittime e non manifestamente infondate perché, viceversa, ne saremmo complici.
Tuttavia, nel diritto di famiglia, il nostro compito di avvocati è ancor più delicato poiché è primariamente quello di tutelare anche i minori ed il loro benessere: perché tutto ciò che viene espletato in un processo di separazione/divorzio giudiziale ha un forte impatto personale e sociale del quale noi avvocati dovremmo sentirci responsabili. Sempre!
“La famiglia è un’isola che il mare del diritto può solo lambire e non sommergere” (Arturo Carlo Jemolo)

IL PARERE
Un reato cucito su misura per le donne che hanno avuto la forza di denunciare i mariti/compagni pedofili
29/01/2018  Autrice: Michela Nacca
L’Avvocato Giulia Bongiorno, subito dopo aver annunciato la propria candidatura con la Lega di Salvini per le prossime elezione del marzo 2018, alla domanda “Cosa proporrà lei come prima cosa?” ha risposto: “L’introduzione del reato di alienazione parentale”.
Il Fatto Quotidiano immediatamente metteva in evidenza che tuttavia la Pas, o PAD, sulla quale si fonda il reato di alienazione genitoriale, non ha basi scientifiche!
Ma cosa è la PAS (Parental Alienation Syndrome) o oggi chiamata PAD (Parental Alienation Disorder), ossia “disturbo da alienazione genitoriale”?
La PAS è una pseudo sindrome inventata di sana pianta nel 1985 da un medico americano, Richard Gardner, per giustificare il rifiuto che si innesca nei bambini abusati verso il genitore abusante, con la finalità tuttavia di screditare le accuse della piccola vittima, considerata alienata, e quelle dell'altro genitore (in genere donne), ritenuto da questa sindrome alienante/manipolante.
Secondo questa teoria le accuse espresse da bambini di abusi e violenze, comprese quelle sessuali, contro i loro padri costituirebbero solo delle suggestioni indotte dall’altro genitore, le mamme.
La teoria di Richard Gardner, sospettato di aver tentato di fornire giustificazioni a padri pedofili (essendo peraltro anche arrivato ad auspicare la normalizzazione della pedofilia), non ha alcun fondamento scientifico e si basa su nessuna evidenza, degna di rilievo e rigore. Tanto da non essere mai stata accettata nella elaborazione del Manuale Diagnostico Psichiatrico DSM, sia IV che V, nonostante i tentativi a tal proposito fatti dal Gardner ed in seguito da William Bernet, suo successore.
Viceversa il board della Columbia University di NY è stato chiaro sia nel non riconoscere scientificità a tale teoria, sia nel ribadire che il Gardner non fosse affatto un Docente Ordinario della Columbia, come egli amava presentarsi ed accreditarsi ovunque.
Al di là delle manie di grandezza del Gardner, morto suicida, in genere all’estero molti Giudici, Avvocati, insigni Psichiatri, lo stesso Dipartimento di Psichiatria della Columbia University, dove il DSM viene elaborato, e molte altre Corti e Istituzioni hanno smentito la validità e scientificità della PAS/PAD, rivelandone cosi la reale finalità.
Già nel 2003 la National District Attorneys Association (Associazione Nazionale dei Procuratori Distrettuali) pubblicò una informativa ai colleghi su come affrontare giuridicamente le questioni legate alla PAS, specificando che la PAS è una teoria non verificata e avvertendo che la sua applicazione potesse comportare conseguenze a lungo termine sui bambini che cercano giustizia e protezione in tribunale (Fields, Hope; Ragland, Erika Rivera, Parental Alienation Syndrome: What Professionals Need to Know, in NDAA Newsletter, vol. 16, nº 6, Alexandria, National District Attorneys Association, 2003) finendo per minacciare l'integrità del sistema penale e la sicurezza dei bambini vittime di abusi (Hope Fields, Ragland, Erika Rivera, Parental Alienation Syndrome What Professionals Need to Know, in NDAA Newsletter, vol. 16, nº 7, Alexandria, National District Attorneys Association, 2003).
Nel 2008 i clinici Antonio Escudero, Lola Aguilar Redo e Julia de la Cruz Leiva constatarono che sull'argomento PAS esiste uno scarsissimo numero di lavori scientifici, concludendo che la mancanza di rigore scientifico del concetto di PAS, intesa «[...] solo come un costrutto di natura argomentativa elaborato attraverso fallacie quali pensiero circolare, ragionamento per analogia, ricorso al principio di autorità, intendendo come tale il creatore del concetto stesso di PAS» non potesse dare rilievo scientifico a questa teoria (Escudero, Antonio; Aguilar Redo, Lola; Cruz Leiva, Julia de la, La lógica del Síndrome de Alienación Parental de Gardner (SAP): “terapia de la amenaza”, in Revista de la Asociación Española de Neuropsiquiatría, vol. 28, nº 2, Madrid, Asociación Española de Neuropsiquiatría, 2008, DOI:10.4321/S0211-57352008000200004, ISSN 0211-5735).
Sempre in Spagna nel 2009 la psicologa Consuelo Barea in collaborazione con la collega argentina Sonia Vaccaro nel libro, El pretendido Síndrome de Alienación Parental ― un instrumento que perpetúa el maltrato y la violencia (pubblicato in Italia nel 2011 con il titolo PAS. Presunta Sindrome di Alienazione Genitoriale), sostennero che la PAS è un “costrutto pseudo-scientifico” che, utilizzato in ambito giudiziario, genera «situazioni di alto rischio per i minori e provoca un'involuzione nei diritti umani di bambine e bambini e delle madri che vogliono proteggerli».
Nel 2010 la Asociación Española de Neuropsiquiatría si è espressa con un pronunciamento ufficiale «[...] contro l'uso clinico e legale dell'espressione "Sindrome di Alienazione Genitoriale", e altre similari aventi lo stesso significato». In tale pronunciamento la PAS è definita «un castello in aria» e si raccomanda agli iscritti di non utilizzarla in quanto mancante «di fondamento scientifico e presenta gravi rischi nella sua applicazione in tribunale» (La Asociación Española de Neuropsiquiatría hace la siguiente declaración en contra del uso clínico y legal del llamado Síndrome de Alienación Parental, Asociación Española de Neuropsiquiatría, 25 marzo 2010).
In Italia purtroppo molti Avvocati e qualche psichiatra (tra cui il Prof. Marco Casonato, divenuto recentemente noto all’opinione pubblica non più solo per la sua difesa della PAS/PAD ma soprattutto per tutt’altre vicende, di estrema violenza anch’esse!) in barba a ciò che è stato chiaramente detto sopra, hanno invece sempre più spesso utilizzato questa pseudo teoria quale strategia per difendere i loro clienti, padri pedofili o abusanti, per svilire le loro piccole vittime e neutralizzarne le madri non disposte a difendere i loro compagni.
E ciò nonostante già l’istituto superiore di Sanità nel 2012 si sia già esplicitamente espresso contro la PAS, avendone rimarcato la mancanza di scientificità, attraverso una risposta ad interrogazione parlamentale del 18 ottobre 2012, seduta n. 706 (v. su leg16.camera.it, pp. 75 e 76 ) e nonostante la Corte di Cassazione abbia emesso Sentenze chiaramente contrarie alla PAS (Cass. Civ., sez. I, sentenza 20 marzo 2013 n. 7041).
Forse non è un caso che proprio nel nostro Bel Paese, e non altrove, vada diffondendosi tra Legali e qualche psichiatra, ma soprattutto nell’opinione pubblica (per fortuna non maggioritaria!) questa pseudo teoria, pericolosissima nelle sue conseguenze, visto che l'Italia notoriamente primeggia nel turismo sessuale pedofilo: un dato che indirettamente ci indica l' elevata italica propensione alla pedofilia, in genere.
L’Avvocata Giulia Bongiorno, Presidente di Doppia Difesa, associazione che per Statuto è finalizzata alla tutela delle donne e dei loro figli abusati, campionessa di coerenza, non solo considera degna di fondamento scientifico una pseudo sindrome, in realtà da tutti i consessi psichiatrici riconosciuta come infondata, ma addirittura vuole farne una fattispecie di reato... Con la complicità politica di Salvini!
Del resto non sarebbe la prima volta che viene tentato un simile colpo di mano!
Nel 2008 fu presentato un disegno di legge, il n.957, che apportando "Modifiche al codice civile e al codice di procedura civile in materia di affidamento condiviso", oltre ad introdurre la PAS nella normativa italiana avrebbe reintrodotto la patria potestà, riconoscendo di nuovo alla figura paterna la potestà di assumere le decisioni più rilevanti nella vita dei figli minori, indipendentemente dalla volontà contraria materna.
Un articolo uscito su Il Manifesto nel 2012, mentre questo disegno di legge era in discussione al Senato, allertava l’opinione pubblica spiegando con attenzione quanto fosse pericolosa la teoria della PAS: una cosiddetta "sindrome da alineazione genitoriale" spacciata come tesi scientifica e psicoanalitica, in realtà frutto di una mente che avrebbe voluto introdurre nella società la "normalizzazione" della pedofilia.
Lo stesso ex Presidente della Società Italiana di Psichiatria, Andrea Priante, all’epoca mise a in guardia dalla infondatezza di questa teoria, che definì la PAS «priva di presupposti clinici, di validità e di affidabilità» (Andrea Priante Bimbi contesi, sei affidi su dieci decisi dalla sindrome dei misteri, in Corriere del Veneto, 16 ottobre 2012).
È bene ricordare che il DISEGNO DI LEGGE in questione, il 957/2008, fu presentato d’iniziativa dei Senatori VALENTINO, CIARRAPICO, COSSIGA, TOFANI, BEVILACQUA, THALER AUSSERHOFER, GIAI, SANTINI, RAMPONI, IZZO, AMORUSO, Nicola Paolo DI GIROLAMO, DI GIACOMO, SACCOMANNO, Giancarlo SERAFINI, ASCIUTTI, DE GREGORIO, SPEZIALI, STRADIOTTO, DE LILLO, AMATO e BOLDI.
Donne, madri che siete costrette a denunciare i vostri compagni/mariti per i maltrattamenti o gli abusi inferti sui vostri figli abusati, aprite gli occhi... Questo reato è cucito su misura per voi!
IL PARERE
Educazione alla sessualità: ostacoli e pregiudizi
14/01/2018  Autrice: Dott.ssa Bruna Rucci, Psicologa-Psicoterapeuta
A seguito delle sconcertanti notizie giunteci, che vedono le ragazze italiane assolutamente ignoranti circa sessualità e metodi contraccettivi, abbiamo chiesto un piccolo approfondimento ad una psicoterapeuta che ci ha inviato le sue riflessioni e testimonianza.
Lo scenario che emerge è davvero preoccupante ed i genitori italiani risultano ancora troppo legati a dannosi tabù.
"Le giovani donne italiane sono tra le più ignoranti d ‘Europa in materia di informazione sessuale.
Da una recente indagine della Società Italiana di Ginecologia ed Ostetricia (SIGO), emerge che le giovani  donne italiane hanno informazioni non corrette sulla sessualità, ottenute da internet o dagli amici.
Alcuni dati?
  • il 56% non conosce la posizione esatta della vagina, figuriamoci se sa come avviene l’orgasmo in una donna. Molte mie giovani pazienti hanno l’orgasmo in modo “casuale”, ossia non conoscono i meccanismi e gli stimoli che le porterebbero al raggiungimento del piacere. Si “affidano“ al partner, anche lui mal informato, la cui “teoria” sessuale si basa su informazioni prese dai porno, con insoddisfazione e frustrazione reciproca.
  • il 42% delle italiane non utilizza nessun metodo anticoncezionale durante il primo rapporto, e anche chi usa la pillola non utilizza il preservativo nei rapporti occasionali, con conseguente rischio di contrarre malattie sessualmente trasmissibili. La pillola è usata dal 16% delle donne, ancora esiste la paura che faccia ingrassare e che gli ormoni facciano male.
La vendita dei preservativi è in calo.
Spesso anche i medici non sono preparati a fornire le giuste informazioni e il sostegno adeguato ai giovani nel compiere determinate scelte.
Da cosa deriva tutta questa disinformazione rispetto ad altri Paesi della Comunità Europea?
In Italia, complice perbenismo e tabù di derivazione cattolica, non si fa educazione sessuale, ed in questa lacuna siamo anche stati allertati dalla Comunità Europea. In Italia ancora si vuole evitare il problema. Oltre ad essere all’ultimo posto nella prevenzione sessuale di gravidanze e di malattie trasmesse sessualmente, siamo all’ultimo posto nell’educazione sessuale.
L’educazione sessuale nelle scuole è OBBLIGATORIA in tutta Europa dalla scuola materna, associata all’educazione contro i ruoli e gli stereotipi di genere.
In Italia non esiste una normativa chiara a riguardo, e il tutto è lasciato al caso, alla sensibilità ed apertura di presidi e coordinatori scolastici che devono scontrarsi con l’approvazione o meno delle famiglie.
In molti altri Paesi della Comunità Europea è materia scolastica, come la matematica.
Quindi doppio vuoto informativo per i ragazzi; la famiglia, spesso impreparata o addirittura contraria che si parli di sesso, omosessualità e contraccezione ai propri figli, e la scuola, senza una normativa precisa a riguardo.
Un vuoto familiare e istituzionale che porta i ragazzi all’informazione “fai da te”, con risultati negativi che arrivano anche agli stupri e all’utilizzo della donna come oggetto sessuale.
Eppure i giovani fanno sesso, male, senza precauzioni, spesso in modo occasionale e slegato da ogni valenza affettiva, di scambio con l’altro.
Ma tutto questo sembra non interessare ai politici, a chi redige programmi scolastici e nemmeno ai genitori, che preferiscono non sapere, o illudersi che i propri figli”ancora certe cose non le facciano”. Come psicoterapeuta esperta in sessuologia, mi è capitato in una scuola superiore di Roma, dopo aver ottenuto a fatica il consenso da parte dei genitori, per tenere un corso di educazione affettivo-sessuale, di vedermi costretta a lasciare a metà arrivata all’informazione sull’uso corretto degli anticoncezionali e del preservativo.
Eppure i ragazzi, nonostante i temi trattati, ascoltavano con interesse, facevano domande pertinenti, cercavano disperatamente quelle informazioni che nessuno era in grado di fornire loro, nel vuoto assoluto pieno di tabù e pregiudizi che vive la sessualità nel nostro Paese".
IL PARERE
Le conseguenze psichiche degli abusi sessuali nell'infanzia
24/12/2017  Autore: Dott. Andrea Mazzeo, Psichiatra
Maison Antigone ha chiesto ad uno psichiatra con esperienza ultratrentennale di illustrare le conseguenze degli abusi sulle vittime minorenni. Abbiamo ricevuto delle considerazioni davvero interessanti e che ci fanno comprendere quali possano essere le resistenze ad affrontare la pedofilia in modo incisivo e risolutivo ancora oggi, nel 2017. La nostra petizione/progetto di legge, dunque, diventa fondamentale per  sensibilizzare le coscienze e vi invitiamo a firmarla e a diffonderla.
"La psichiatria e la psicologia hanno trascurato per lunghi anni le conseguenze psichiche delle violenze e degli abusi sessuali subiti nell'infanzia preferendo soffermarsi sugli effetti di ipotetici e mai dimostrati conflitti intra-psichici e sulla ricerca, sino a ora infruttuosa, di ipotetiche cause organiche alla radice dei più gravi disturbi mentali.
Sigmund Freud era giunto a comprendere le cause dei disturbi mentali ma poi, per paura o vigliaccheria, ha preferito abbandonare quelle ipotesi, abbandonando così al loro destino i suoi pazienti.
Nel 1896 Freud tenne una conferenza alla Società di psichiatria e neurologia di Vienna, dal titolo “Etiologia dell'isteria” (cfr Opere complete di Freud, Ediz. Boringhieri, testo elettronico, pag. 2383). In questa conferenza “Freud espone, in modo specifico per l’isteria, la teoria del trauma sessuale precoce, e cioè della seduzione da parte di adulti subita nella prima infanzia” (dalle avvertenze editoriali). Freud dichiarò di non avere alcun dubbio sulla veridicità dei racconti fattigli dai suoi pazienti, che gli furono confermati anche da terze persone coinvolte in quegli episodi.
La conferenza suscitò molte critiche da parte dei medici presenti i quali consigliarono a Freud di abbandonare questa teoria pena la condanna all'oblio della nascente psicanalisi. Cosa che Freud ha fatto abbandonando la teoria della seduzione infantile da parte degli adulti e teorizzando che i traumi sessuali riportati dai suoi pazienti fossero solo loro fantasie e non realtà vissute traumaticamente.
Gli altri psicanalisti seguirono Freud su questa strada; solo uno psicanalista ungherese, Sandor Ferenczi, l'allievo preferito di Freud, restò fedele alla teoria del trauma sessuale precoce come causa di disturbi psichici. Ferenczi fu allontanato dalla Società di psicanalisi e venne fatto passare per demente.
Si deve arrivare al 1980, quando uno psicanalista statunitense, Jeffrey Masson, studiando gli archivi di Freud scoprì e rivelò al pubblico i motivi per i quali Freud abbandonò la teoria della seduzione in favore della teoria delle fantasie infantili e del complesso di Edipo. Il libro con il quale Masson ha fatto queste rivelazioni, “Assalto alla verità”, non è più in commercio; un estratto del libro si può consultare qui.
Successivamente è la psicanalista Alice Miller che ha approfondito i legami tra disturbi psichici e violenze a abusi sessuali subiti nell'infanzia; per questo motivo la Miller è stata espulsa dalla Società psicanalitica. Lo stesso destino di Ferenczi.
In Italia chi porta avanti il lavoro di divulgazione su Alice Miller è la psicologa romana Marta Petrucci, presente con una sua pagina Facebook.
Sul sito http://www.naturalchild.it/ si trovano alcuni scritti di Alice Miller.
Va ricordato anche il gruppo coordinato dallo psicologo Andrea Vitale che sta lavorando sulla teoria del deficit parentale (http://parentaldeficit.blogspot.it/).
Solo di recente la psichiatria e la psicologia stanno rivalutando, tra i fattori responsabili dei disturbi mentali, le violenze e gli abusi sessuali nell'infanzia.
Nel 2006 si è svolto a Madrid il XV congresso della Società internazionale per il trattamento della schizofrenia e delle altre psicosi (ISPS); nel corso del congresso sono stati presentati numerosi lavori scientifici focalizzati sugli abusi infantili come causa di psicopatologia dell'adulto. La rivista spagnola online Tendencias sociales ne ha dato notizia con un titolo forte: “L'abuso infantile è la prima causa della schizofrenia. Purtroppo è stato il sito ufficiale del congresso è stato hackerato, come si può vedere; questo fa comprendere che di abusi sessuali non si può parlare liberamente pena ritorsioni.
Uno dei lavori più interessanti presentati a questo convegno è quello di un gruppo di lavoro inglese che ha trovato delle correlazioni significative tra abusi sessuali subiti nell'infanzia e la comparsa di allucinazioni uditive (le famose voci) da adulti.
Siamo solo all'inizio di questi studi ma i risultati sembrano indicare un'importanza sempre crescente delle violenze e degli abusi sessuali infantili come causa dell'insorgenza di disturbi mentali negli adulti. Correlati a violenze e abusi sessuali sono vari disturbi di personalità, in primo luogo il disturbo borderline di personalità, oltre l'anoressia mentale, molte forme depressive e depressivo-ansiose, disturbi fobici e ossessivi.
Per ripetere un concetto di Alice Miller, “psicosi, droga e criminalità sono l’espressione cifrata delle prime esperienze infantili”.
LA VIOLENZA AI MINORI
L'intervento multidisciplinare fra professionisti e il ruolo dell'educatore professionale
18/12/2017  Autrici: Antonella Dalmonte e Luciana Piermattei, Educatrici Professionali
Maison Antigone collabora con diverse figure professionali che costituiscono la nostra rete di supporto per donne e minori vittime di abusi. Anche da questa sinergia è nata l'idea di una petizione e di una proposta di legge dirette a contrastare una piaga sociale quale la pedofilia.
Abbiamo chiesto il contributo di due operatrici professionali in ambito minorile al fine di comprendere meglio il fenomeno per poterlo combattere con efficacia.
"Il problema della violenza ai minori è sempre esistito nella storia. Purtroppo fa parte di un male congenito dell'umanità; attualmente riguarda milioni di bambini nel mondo.
Vittime dello sfruttamento, della povertà, dell'abuso cinico e bieco.
La devastazione nell'anima: ecco quello che deve cercare di “curare” chi si trova a dover seguire casi di minori abusati. Ci si trova difronte a bambine/i in età, in cui la serenità e la spensieratezza dovrebbero favorirne la crescita, e che sono invece lacerati dal più pesante dei tradimenti: quello subito da chi credevano fosse dalla loro parte!
Il fenomeno della violenza, è caratteristico di relazioni perverse, ove conflitti non risolti da una generazione, vengono espulsi in quella successiva.
A scatenare reazioni violente contro i propri figli nella maggior parte dei casi sono l'abuso di alcool e di stupefacenti, mentre la correlazione tra povertà e maltrattamenti, benché esistente, non sembrerebbe essere altrettanto costante. All'interno di ogni relazione familiare multiproblematica c'è sempre il cosiddetto “paziente designato” sul quale si scaricano le negatività dei membri più disturbati, in una sorta di mala eredità transgenerazionale.
Ci sono ancora profonde difficoltà emozionali nelle vittime, spesso coinvolte affettivamente con le figure familiari che compiono abusi su di loro.
Il timore di reazioni aggressive, di separazioni, di abbandoni o la paura di essere giudicati pazzi, cattivi o bugiardi, costituiscono i freni principali alla ribellione e alla rivelazione della violenza sia da parte dei bambini sia da parte (a volte) dell'altro genitore non abusante (spesso la madre) che pur intuendo o conoscendo addirittura l'episodio criminoso, non ha la forza di opporvisi.
La violenza ai minori è il più delle volte sommersa, quindi non facilmente diagnosticabile, è un fenomeno nascosto per il quale c'è una drammatica carenza di dati.
E' indispensabile, pertanto, costruire intorno al bambino e alla sua famiglia una rete di vigilanza, di cure e di sostegno fin dal grembo materno.

L'intervento in generale
Per combattere la violenza degli abusi dobbiamo soprattutto prevenire e poi curare la deprivazione. Dare una risposta corale in favore di tutti quei bambini abusati e maltrattati che coinvolga tutti, umanamente e professionalmente. E' importante sottolineare sempre l'”insieme” degli interventi.

L'intervento specifico multidisciplinare fra professionisti
E' necessario costruire un sapere comune per ottimizzare l'intervento creando un quadro di riferimento concettuale a cui attingere nei casi di abuso. Quadro di riferimento che può scaturire soltanto dal dialogo e dal confronto di diverse figure professionali quali: psicologi, assistenti sociali, insegnanti, educatori, giuristi.
Va sottolineato, pertanto, che è necessario sintonizzare e integrare i diversi piani di intervento: giudiziario, psicosociale , terapeutico e clinico. In questi anni abbiamo riscontrato numerosi casi di violenze ed abusi ai minori (spesso sommerse) collaborando con strutture quali Centri d'ascolto, Scuole e Case famiglia, operando in qualità di educatrici professionali.

Il ruolo dell'educatore professionale
Per meglio comprendere il ruolo dell'educatore professionale, nei casi di abuso ai minori è bene sottolinearne il profilo professionale.
In particolare le attività dell'educatore professionale si esplicano attraverso una gamma di interventi che si estendono in un arco molto ampio: di promozione o prevenzione primaria; di prevenzione più specifica con interventi precoci laddove si profilino occasioni di rischio o di difficoltà; di trattamento e reinserimento in presenza di difficoltà già manifestatesi. I vari interventi sono svolti in collaborazione con altre figure professionali.
L'educatore professionale nel merito del suo intervento, è il “tecnico della relazione”, è un operatore che, vivendo la quotidianità con l'utente è a diretto contatto anche con la sua “emozionalità”, e quindi in grado di conoscerne l'andamento.
Pertanto è una figura, in grado, di riassumere in sé le competenze per poter operare proficuamente, fermo restando il rispetto delle peculiarità delle altre figure professionali che risultano essere, comunque indispensabili, per mettere a punto una politica d'intervento mirata.
Insomma, come già detto, è necessario sintonizzare e integrare i diversi piani di intervento: giudiziario, psicosociale, terapeutico, clinico per arrivare a costruire un percorso integrato e sinergico risolutivo nei casi di violenza ai minori.
La scommessa è: mobilitare tante competenze per raccogliere e costruire “sapere condiviso”, garantite rispetto ad una cooperazione comunicativa".

 
IL PARERE: LA VIOLENZA E' UNA MALATTIA?
02/12/2017  Autrice: Dott.ssa Bruna Rucci, Psicologa-Psicoterapeuta
L'avvocato Maria Luisa Messiaggia in occasione di un convegno sulla violenza di genere presso la sala conferenze della Camera dei Deputati, presentando la onlus da lei fondata ed il Progetto "PerTeUomo" per gli uomini maltrattanti, ha annunciato la presentazione prossima di un ddl finalizzato ad introdurre l'applicazione di un percorso psicoterapeutico di auto aiuto mutuato dai percorsi per alcoolisti, in alternativa alle pene detentive per i condannati per maltrattamenti familiari.
La proposta di Legge dell'avvocato Messiaggia si basa sull'opinione che un uomo violento e maltrattante sia tale in quanto malato.
Noi di Maison Antigone, denunciando il rischio di depenalizzazione del reato di maltrattamenti, abbiamo chiesto alla dottoressa Bruna Rucci, psicologa e psicoterapeuta, un parere in merito a quelle dichiarazioni.
"La violenza nelle relazione è la forma di violenza più comune nella vita delle donne, in tutto il mondo, superando ogni altro tipo di abuso fisico e sessuale.
La comunità scientifica ha da tempo abbandonato la visione della violenza verso le donne come malattia psicologica, perché non può descrivere quello che accade, né generare strumenti efficaci di intervento.
  1. Affermare che la violenza verso le donne sia una malattia di cui è affetto chi la esplica, non è confermato da studi e ricerche. Nel caso della violenza domestica i violenti aggrediscono fisicamente solo la loro compagna, moglie, fidanzata (a volte anche i figli). Quindi c’è una scelta razionale su chi attaccare, come, quando e dove, che la persona con reali disturbi psichici, come uno schizofrenico, non è in grado di fare. Il comportamento dei violenti non corrisponde, quindi, a quello di individui con problemi mentali o psichici.
  2. Affermare che la violenza sia una perdita di controllo, ossia un “ raptus”, (termine caro a media e giornalisti per giustificare stupri e femminicidi) scatenato dalla incapacità di gestire rabbia e frustrazione, non corrisponde a quanto succede nella realtà.
Le ricerche e lo studio dei comportamenti dei violenti nei confronti delle donne, hanno evidenziato che il presunto raptus (momento di assoluto obnubilamento delle facoltà razionali), non si scatena mai verso colleghi, amici o passanti, ma è rivolto sempre contro moglie o fidanzata.
L’azione violenta è spesso preparata con cura. Pedinare la futura vittima, tenderle un tranello per incontrarla da sola, andare all’incontro con una tanica di benzina e sostenere dopo di non sapere cosa si stesse facendo, sono in aperta contraddizione.
Il violento abituale sceglie con cura le sue tecniche. Picchia solo in privato, o fa in modo di non lasciare prove e testimoni. Alcuni minacciano gli affetti della vittima (figli, animali domestici, parenti), facendo scelte razionali su come fare del male alla donna anche quando pretendono di aver “perso la testa“. In questi comportamenti, così studiati e selettivi, possiamo riscontrare patologia o disturbo psichico?
La violenza è un comportamento scelto in modo cosciente ed i suoi fini sono il predominio e l’abuso.
Chi è violento nei confronti della moglie o fidanzata, all’interno della relazione, lo è con lo scopo di ottenere il controllo psicologico e sociale su azioni, pensieri e sentimenti della partner.
Chi usa violenza verso la donna ha aspettative determinate su chi deve “comandare” e sui meccanismi ritenuti accettabili per sottometterla.
Dice alla donna cosa fare e si aspetta di essere obbedito, è convinto che lei non abbia diritto a sottrarsi al controllo, si sente giustificato ad usarle violenza.
Getta la colpa dei suoi atti sulla donna e non si sente responsabile o in colpa per il dolore, la sofferenza o la morte.
La violenza di genere è il risultato di relazioni sociali basate su dominio e diseguaglianza, e si nutre ed alimenta dalle giustificazioni culturali, religiose, economiche e politiche.
Finché nella società esisteranno, tra uomo e donna, disparità di ruoli, mentalità, peso economico, peso sociale, la violenza continuerà ad essere presente.
La violenza esercitata dagli uomini sulle donne è riconosciuta come una violazione dei diritti umani (ONU 1993 Dichiarazione per l’Eliminazione della Violenza sulle Donne)".
IL COORDINATORE GENITORIALE: VERSO UNA FORMA DI TUTOR PER GENITORI?
17/11/2017  Autrice: Simona D'Aquilio
Sta lentamente emergendo una nuova figura professionale che affiancherà i Giudici che trattano la materia della separazione, divorzio ed affidamento dei minori: il “coordinatore genitoriale”. Soggetto non meglio specificato, senza un inquadramento specifico (non sarebbe propriamente un mediatore familiare) questi avrebbe il ruolo di contenere il conflitto della coppia genitoriale e tutelare il superiore interesse dei figli minori.
Tuttavia, per chi di diritto di famiglia si occupa da tempo, tale innovazione, importata dagli Stati Uniti, pare alquanto superflua ed, anzi, piuttosto sconcertante per i seguenti motivi:
in Italia esiste già ed è utilizzata la MEDIAZIONE FAMILIARE, percorso volontario e non costrittivo praticabile in caso di mera conflittualità genitoriale (e fra persone intelligenti ottiene ottimi risultati), mirante a dirimere ogni acredine fra coniugi al fine di ripristinare un dialogo costruttivo nell’interesse dei figli minori. La mediazione è attiva, ormai, nei consultori familiari ed a TITOLO GRATUITO. Non solo: ciò che accade in una mediazione familiare non può in alcun modo essere riferito a Giudice e/o avvocati, trattandosi di un colloquio riservato e di fiducia assoluta fra coniugi e mediatore il quale potrà solo rilasciare un documento che attesti se la mediazione è fallita (MAI quali siano i motivi del fallimento) o se si è giunti ad una risoluzione dei problemi più rilevanti (gestione dei figli, mantenimento, orari di visita ec…) che verrà, in seguito, trasposta da un legale in un accordo di separazione o di divorzio.
Tale efficace strumento, in realtà, in Italia non è mai decollato a pieno regime: molti avvocati ne diffidano, i magistrati tentano di inviare coppie litigiose in mediazione ma, sovente, invece di utilizzare i molti mediatori familiari accreditati presso gli uffici giudiziari ed i Municipi, delegano tale delicata fase ad un consulente del Tribunale il quale ha dei costi economici di non poca entità e, normalmente, non dovrebbe occuparsi di effettuare la mediazione familiare ma solo consulenze tecniche di ufficio volte a determinare la capacità genitoriale della coppia o altri aspetti psicologici della famiglia. Non solo, ci domandiamo anche se una donna che abbia subito seri maltrattamenti o violenze DOVRA' (come, purtroppo, siamo avvezze a vedere), sotto osservazione di un Giudice, ricostruire un dialogo con un uomo che ha fatto di tutto per distruggerla anche giudiziariamente. Inoltre, come già accennato, stiamo parlando di "professionisti" non meglio qualificati. Dovranno essere mediatori abilitati da anni? Assistenti sociali? Oppure basterà seguire un corso con un monte ore assolutamente insufficiente?
In ultimo, ma non di minore rilevanza, ci pare questa la deriva di un sistema il quale sembra faccia davvero fatica a comprendere che è NECESSARIO innanzitutto proteggere le vittime e solo in seguito capire se esista tra i coniugi un semplice conflitto, e non un maltrattamento, perché, a nostro avviso, un mero conflitto può essere oggetto di una buona mediazione familiare o altro percorso psicoterapeutico nel quale le parti si trovino sul medesimo piano relazionale. Un maltrattamento o, peggio, una violenza subita non consentono alcuna forma di REALE dialogo, neppure nel superiore interesse dei figli, e certamente non nell’immediatezza dei fatti.
A ben guardare, dunque, questa nuova figura del coordinatore genitoriale sembra partorita da un sistema giuridico filostatunitense al quale tanto piace istituire un tutor per i genitori ma che sembra avere un solo, amaro scopo: introdurre i costi di nuovi consulenti del Tribunale dei quali, onestamente, non si sente alcuna necessità.
LA OGGETTIVAZIONE DELLA DONNA NEI MEDIA: CONSEGUENZE SOCIALI E COMPORTAMENTALI
28/10/2017  Autrice: Michela Nacca
L'Italia ha un tasso decisamente elevato di molestie sessuali che vedono  come vittima privilegiata le donne e le bambine. A ciò si accompagna la costante oggettificazione della figura femminile nelle immagini divulgate dai media. Per "oggettificazione" o oggettivazione, intendiamo la percezione di una persona quale oggetto sessualizzato. Nella oggettivazione della donna viene posta in luce solo la sua capacità sessuale attrattiva verso gli uomini, sì da identificare la persona esclusivamente con il suo corpo, la sua sensualità o seduttività.
"L'influenza dell'esposizione a contenuti oggettivanti (TV, pubblicità e videogiochi) - della donna- è stata indagata in ottica psicosociale, attraverso ricerche condotte dalle università di Padova, Milano-Bicocca e Trieste sulla rappresentazione femminile nella società contemporanea." (http://www.osservatoriodonnemedia.it/)
I risultati sono stati significativi ed allarmanti, specie considerando  l'influenza che tali immagini possono avere verso i più giovani che, ancora non avendo formato un senso critico, tendono ad assimilare  concetti subliminali tesi verso una violenza di genere.
Nelle ragazze, in base a degli Studi condotti dall'Università di Padova, l’oggettivazione sessuale di cui esse sono fatte bersaglio aumenta il rischio di soffrire di disturbi alimentari, di depressione, di disturbi  della sfera affettiva, che influisono negativamente sulle loro risorse cognitive e la capacità di prestare attenzione.
Le donne oggettificate o sessualizzate sono infatti disumanizzate, non  ne vengono considerati o addirittura sono negati i loro sentimenti, le esigenze, la sofferenza, i loro bisogni e capacità intellettive.
La oggettivazione, impedendo il "perspective taking" cioè la risposta socio-emozionale dell'interlocutore, favorisce la non comprensione empatica della donna oggettificata, il mancato riconoscimento della sua  persona, impedisce di entrare in comunicazione con lei e, dunque, agevola la commissione di altrui comportamenti anaffettivi, nei suoi  riguardi, ossia atteggiamenti violenti psicologicamente, affettivamente e  financo fisicamente.
La divulgazione di Video giochi violenti e fortemente sessisti (v. GTA)  fa  si che i ragazzi si identifichino in uomini aggressivi, dominanti e  competitivi, che volentieri utilizzano le donne per i loro bisogni sessuali e narcisistici, con violenza e senza alcun rispetto per la dignità femminile e la sofferenza della donna.
Le donne sessualizzate (o autosessualizzate) sono dunque destinatarie privilegiate di violenze, inoltre, in base a studi condotti  dall'Università di Milano-Bicocca, esse risultano per lo più oggetto di pregiudizi altrui circa le loro competenze professionali o accademiche.
Tutto ciò ci aiuta a piegare come mai Asia Argento, donna altamente oggettificata in quanto attrice conturbante che ha ricoperto ruoli cinematografici anche scabrosi, venga percepita come non-vittima nonostante le di lei affermazioni. E ciò anche da parte di molte donne.
LA LUNGA DI SCIA DI SANGUE NON SI ARRESTA: DONNE UCCISE O CONDOTTE IN FIN DI VITA DAI LORO COMPAGNI O EX COMPAGNI
31/07/2017  Autrice: Michela Nacca
L'anno 2017 è iniziato il 9 gennaio con quello che sembrerebbe essere stato un tentato femminicidio a danno di una ventiduenne di Messina, ad opera del suo ex fidanzato ventiquattrenne, di seguito accusato dalla Procura per tentanto omicidio.    

Già due giorni dopo, l'11 gennaio, a Rimini viene ridotta in gravi condizioni la ex Miss Gessica Notaro, sfregiata con l'acido dal suo ex fidanzato.

Il 12 gennaio a Milano viene trovata morta la cinquantacinquenne Tiziana Pavani. Dopo qualche giorno ha confessato un amico con cui ella intratteneva una relazione, sebbene sporadica.

Il 16 gennaio a S.Maria Capua Vetere è avvenuto il femminicidio delle cinquantenne Teresa Cotugno, uccisa con l'arma da fuoco detenuta dal marito, ex guardia giurata, poi suicidatosi.

Nello stesso giorno a Milano con 23 coltellate viene uccisa dal marito, reo confesso, la cinquantenne Rosanna Belvisi. L'uomo gia' nel 1995 l'aveva accoltellata.

Sempre a Milano il 25 gennaio seguente un pensionato di 71 anni ha tentato di uccidere la moglie con un coltello da macellaio, mentre questa dormiva.

Il 27 gennaio a Parma altro caso di omicidio-suicidio: la vittima è Arianna Rivara, 44 anni, uccisa dall'ex compagno cinquantunenne con strangolamento.

A Porto S. Stefano, sull'Argentario, il 16 febbraio 2017 è stata uccisa la sessantottenne Anna Costanzo, strangolata dal marito, reo confesso, due giorni dopo già  posto ai domiciliari.

In Sardegna il 2 marzo 2017, ad Iglesias, dinanzi i due figli la trentaduenne Federica Madau viene uccisa con diverse coltellate dal marito, reo confesso.

Il successivo 8 marzo a Cirò Marina viene uccisa Antonella Lettieri, 42 anni: l’autore  sembrerebbe  essere stato il marito di un'amica.

Il 18 marzo 2017 ad Orte un'altra donna è morta con un colpo di pistola, la ventottenne Silvia Tabacchi: secondo la Procura un caso di omicidio-suicidio ad opera del suo ex fidanzato.

Il 28 marzo un uomo, reo confesso, a Pinerolo uccide a coltellate la moglie di 52 anni, Battistina Russo.

Il 29 marzo a S.Maria Capua Vetere un altro caso di omicidio-suicidio: Gerarda Di Pietro, 77 anni, uccisa forse con un'ascia dal marito, che poi si è ucciso gettandosi da un balcone.

Sempre a marzo 2017 una donna di Rosolini, Laura Pirri, viene ricoverata con gravi lesioni per lo scoppio di una bombola. Mesi più tardi si scoprirà, grazie al figlio di 10 anni, che in realtà fosse stato il marito ad ucciderla, inscenando un incidente domestico per sviare le indagini.

A Caltagirone il 3 aprile viene uccisa dal nuovo compagno la 47enne Patrizia Formica.

Il 7 aprile a Pietra Ligure viene uccisa con  almeno 15 coltellate, inferte dal suo ex fidanzato, una ragazza ventunenne: Janira Damato.

Il 9 aprile a Lodi viene uccisa una donna di 65 anni.

Il 13 aprile a Camisano Vicentino viene uccisa a coltellate Nidia Roana Loza Rodriguez, 37enne, dal marito reo confesso.

Il primo maggio 2017, in pieno centro storico a Roma, viene uccisa con un peso da palestra, dal compagno reo confesso, la 47enne Michela Di Pompeo.

Vicino Lecce il 6 maggio 2017 una donna di 39 anni è stata salvata dai passanti: l'ex marito tentava di ucciderla con un martello.

Il 25 maggio 2017 a Segrate un altro caso di femminicidio-suicidio, tuttavia non riuscito pienamente: un uomo ha sparato alla moglie, la trentacinquenne Antonietta di Nunno, tentando poi di suicidarsi.

Il 12 giugno 2017 viene uccisa a pugnalate dal fidanzato la biellese Erika Preti, 28 anni, mentre erano in vacanza a S. Teodoro, in Sardegna. L'uomo ha confessato solo un mese più tardi.

Il 14 giugno a Busto Arsizio viene uccisa con 15 coltellate dal marito, reo confesso, la 52enne Diana.

Il 18 giugno a Chirignago, località di Mestre, un uomo di  cinquant’anni e di professione docente formatore, confessava di aver narcotizzato e poi ucciso soffocandola non solo la sua ex, la trentenne Anastasia Shakurova, di origine russa, ma anche il suo nuovo compagno, ingegnere aerospaziale.

Il 22 giugno Ester Pasqualoni, oncologa di 53 anni, viene uccisa a Sant’Omero (Teramo) sgozzata dal suo stalker.

Il 28 giugno 2017 Maria Grazia Russo, uccisa con tre colpi di  pistola a Montalto Uffugo dal coniuge, agente di  polizia penitenziaria nel carcere di Cosenza, poi suicidatosi.

Il 6 luglio 2017 a Bari una trentenne polacca, Anita Betata Rzepecka, sarebbe stata picchiata e lasciata morire agonizzante dal marito, incollerito per il fatto che ella non avesse  lavato i piatti!
Il 13 luglio seguente Donata De Bello, 48 anni, muore pugnalata più volte. Viene indagato il compagno.

Nello stesso giorno a Dragoni è stata uccisa a colpi di pistola ed in strada la 49enne Maria Tino: autore sarebbe stato l'attuale compagno. Ma già lo scorso anno Maria era sopravvissuta a 25 coltellate inferte dall'ex marito.

Il 14 luglio 2017 a Cagliari viene ridotta in fin di vita la ventiseienne Manuela Picci, picchiata a sangue dall'ex fidanzato che poi, credendola morta, si è suicidato.
Nello stesso giorno viene uccisa a Montepulciano una 42enne, per mano dell'ex marito.

Il 23 luglio a Musile di Piave (Venezia) viene uccisa a coltellate dall'ex marito, reo confesso, Maria Archetta Mennella, 38 anni.

Il 31 luglio a Tenno (Trento) altro caso di omicidio-suicidio: una ragazza ventiduenne viene uccisa con un'arma da fuoco dall'ex fidanzato, poi suicidatosi.

Il primo di agosto viene strangolata dal fidanzato 34enne, reo confesso, Nadia Orlando: anche lei aveva solo 21 anni e da tempo lamentava in famiglia l’eccessiva gelosia dell’uomo!

Il giorno 8 agosto a Santa Maria Navarrese, a nord di Villasimius, in Sardegna, veniva uccisa dal genero Anna Melis, mentre probabilmente cercava di difendere la figlia, rimasta ferita da una profonda coltellata alla gola inferta dall’uomo.

Il 17 agosto viene uccisa l’infermiera Sabrina Panzonato, dapprima ferita e poi freddata dai colpi di pistola sparati dal marito, ispettore di polizia. Il tutto avviene a Dogaletto di Mira, nel veneziano.

Alessandra Madonna muore a 24 anni a Melito. Viene arrestato l’ex compagno.


PANCHINE ROSSE CONTRO LA VIOLENZA SULLE DONNE
31/07/2017 Autore: Redazione
Hanno iniziato Milano, Torino nel gennaio 2016, Taranto, poi l’Aquila, Monza, Catania, San Gregorio e San Giovanni Galermo, Scanzano Jonico, a Laterza e Maruggio (Ta), Borgaro, Fossano, seguite da molte altre città italiane: la violenza contro le donne si combatte anche così, con il posizionamento di panchine rosse lungo le città che, decorate da writer "Vogliono stimolare un confronto e una riflessione sulla violenza e sui cambiamenti culturali necessari per sconfiggerla e indurre i cittadini a fermarsi, a non dimenticare e a mantenere alta l'allerta" (nota del Comune di Torino del gennaio 2016).
Sulla panchina rossa inaugurata a L’Aquila è riportata una frase del poeta russo Vladimir Majacovskij:
"Guardate: hanno di nuovo decapitato le stelle e insanguinato il cielo, come un mattatoio".
Anche per l’amministrazione aquilana la panchina rossa vuol "favorire la riflessione dei cittadini sui cambiamenti culturali necessari a sconfiggere questa ingiustificata violenza".

GLI STUPRI DI RIMINI E LE PAROLE DEL MEDIATORE
28/06/2017  Autrice: Michela Nacca
Abid Jee è, o era, un mediatore culturale e fino a qualche giorno fa lavorava presso un centro italiano che accoglie immigrati, gestito dalla cooperativa sociale "Lai Momo", che ora lo ha sospeso da servizio.
Ciò è avvenuto in quanto Abid Jee, avuta notizia del duplice feroce stupro avvenuto a Rimini ad opera di un branco di giovani, immigrati di prima e seconda generazione, commentava sul proprio profilo facebook:" Lo stupro è un atto peggio ma solo all'inizio, una volta si entra il pisello poi la donna diventa calma e si gode come un rapporto sessuale normale".
Affermazioni scioccanti, per molteplici ragioni.
Innanzitutto perchè espresse da un mediatore culturale: cioè da un uomo scelto per il suo livello culturale e linguistico, tale cioè da poter e dover "garantire" alle istituzioni italiane ed europee una mediazione tra le diverse culture: quella della nostra società occidentale accogliente e la cultura africana e medio orientale dei migranti.
E' attraverso il lavoro dei mediatori culturali, infatti, che potrà essere possibile quell'integrazione che si è resa necessaria, come conseguenza di una geopolitica internazionale di cui la stessa Europa e l'Italia non sono certo state mere spettatrici.
Perchè proferite da uno studente di Giurisprudenza, qual è Abid Jee: dunque da un uomo che avrebbe ben dovuto conoscere l'Ordinamento che lo ha accolto, avendone studiato non solo la cultura ed i valori in generale, ma gli stessi istituti giuridici che quella cultura riflettono.
Considerando poi che il Diritto Penale e lo studio delle sue istituzioni costituisce una materia fondamentale, prevista già al primo anno di corso della Facoltà di Giurisprudenza, questi avrebbe dovuto ben sapere che, in Italia, così come in Europa, uno stupro è un REATO e non una modalità qualsiasi di rapporto sessuale lecito, realizzato cioè tra adulti consezienti. Ed è un reato proprio in quanto l'uomo e la donna dalla Costituzione italiana sono posti in una condizione paritaria: l'art. 3 riconosce infatti "pari dignità sociale" essi "sono uguali davanti alla legge senza distinzione di sesso".
In terzo luogo perchè queste affermazioni fanno intuire quanto scarsa sia la consapevolezza di molti uomini, compreso Abid Jee, circa il fatto che, durante ed in conseguenza di uno stupro, la vittima della violenza sessuale non gode affatto. Anzi, soffre atroci dolori, nel fisico e nell'anima, che rimarranno indelebili e determineranno la sua vita negativamente.
Perchè tali dichiarazioni lasciano intendere che, nella cultura di Abid Jee, e nonostante i suoi studi linguistici e giuridici intrapresi da anni nel nostro Paese, sopraffare e violare sessualmente una donna contro la sua volontà evidentemente non è percepito quale atto di grave violenza e sopruso: dunque egli non concepisce il significato del consensus (del sentire con) nè il fatto che la differenza fra actus humanus e l'actus hominis è appunto la volontarietà, data dalla consapevolezza e dalla libertà dell'azione, da ambo le parti, come ben prima dell'Illuminismo insegnava San Tommaso D'Aquino nella sua Summa Theologiae e che, con le sue riflessioni filosofiche e giuridiche, in continuità con il pensiero aristotelico, costituisce uno dei pilastri della nostra cultura occidentale!
Perchè le affermazioni di Abid Jee  sono così circostanziate e precise da far pensare che egli abbia vissuto in prima persona l'esperienza di uno stupro, dalla parte non certo della vittima!  
Sorprende infatti verificare che Abid Jee, pur studente in Giurisprudenza, nulla conosca del Diritto Penale italiano, ma sappia perfettamente descrivere le dinamiche di uno stupro, riferendo che nella fase secondaria interviene spesso un meccanismo psicologico e fisico di "blocco" nella vittima stuprata che, pur potendolo sembrare, non diviene affatto "calma" e ben disposta, ma solo estranea a se stessa, come morta!
Perchè, nel momento in cui questo mediatore ventiquattrenne ha deciso di spiegare via facebook cosa sia lo stupro, precisando che "si gode come un rapporto sessuale normale" ha chiaramente voluto contestare lo scandalo e la condanna sociale giustamente suscitati dagli eventi criminosi di Rimini.
Perchè in queste sue parole si legge il punto di vista dello stupratore, che "gode" dello stupro, come si trattasse di un normale rapporto conseziente, mentre è totalmente obliato il punto di vista della vittima: Abid Jee, oggettificando la vittima, non considera affatto se la donna abbia sofferto o meno dello stupro, ma parla del godimento dello stupratore... oppure ha l'assurda pretesa di rivendicare un godimento anche da parte della vittima!
Infine perchè il suo intervento sembra quasi una excusatio non petita... dunque una manifesta confessione, che dunque come tale ci allarma socialmente!
Le affermazioni di Abid Jee sono di una violenza inaudita.
Ma lo sono molto più di quelle del Sindaco di Pimonte? Il quale, in riferimento ad uno stupro condotto con analoga brutalità su di una quindicenne sua concittadina, da parte di giovani italiani, nel luglio 2017 affermava essere stata solo "una bambinata"!
Non si tratta, forse, anche in questo caso di un atteggiamento di negazione del reato, della violenza agita e subita, del dolore inflitto?
Anche nelle parole del Sindaco di Pimonte leggiamo una totale assenza di empatia verso la vittima  e, dunque, una incapacità a comprenderne i sentimenti, le emozioni, i bisogni, i legittimi diritti. Mentre l'atteggiamento è tutto rivolto alla giustificazione  dei carnefici, che passa attraverso lo svilimento della gravità orrenda di quanto commesso. Quasi che lo stupro non debba considerarsi in fin dei conti così grave ma, appunto, una modalità di approccio sessuale.
Ma se la cultura popolare italiana forse  non è  così distante da quella di Abid Jee, perchè allora temere che questo immigrato non possa attuare una adeguata mediazione tra le nostre culture, in realtà più vicine di ciò che crediamo o rivendichiamo?
Ovviamente la domanda è provocatoria... ma mette in luce tutta la schizofrenia della nostra società italiana!
I DIRITTI DELLE DONNE IN ITALIA
18/06/2017  Autrice: Michela Nacca
Lunghissima la strada, in Italia, per ottenere diritti civili femminili pari a quelli maschili:
solo nel 1945-1946 viene riconosciuto il diritto di voto alle donne.
Fino al 1963 alle donne era vietato partecipare al Concorso per Magistrati, Cancellieri.
Fino al 1963 le donne potevano essere legittimamente licenziate a causa di matrimonio o maternità. Solo da quell’anno un’apposita legge tutela le donne sposate e madri.
Fino al 1968 l’adulterio femminile era considerato un reato, dunque condannabile, a differenza di quello commesso da uomini.
Solo dal 1975 le mogli italiane non sono più costrette ad usare il cognome del marito, potendo continuare ad usare il proprio.
Solo dal 1975 viene riconosciuta una potestà genitoriale femminile pari a quella maschile. Fino ad allora la legge prevedeva una potestà maritale e paterna superiore. Il patrimonio familiare non è più gestito solo dall’uomo ma anche dalla donna, con l’introduzione del regime legale della  “comunione dei beni”.
Dal 1981 le donne sono ammesse in Polizia.
Solo dal 1981 è venuta meno la fattispecie del “delitto di onore”. Fino ad allora per l’omicidio di una donna da parte dell’uomo, per motivi di onore, si prevedeva una condanna con pena detentiva estremamente ridotta: dai 3 ai 7 anni. Già dal 1968 la Corte Costituzionale aveva considerato illegittima la norma, ma ci sono voluti  altri 13 anni prima che il legislatore intervenisse.
Fino al 1981 lo stupratore poteva estinguere il reato, sposando la vittima abusata (matrimonio riparatore).
Dal 1999 anche le donne possono essere assunte in Forze Armate.
Nel 2009 viene introdotto il reato di stalking.
Dal 2010, sulla spinta di precise direttive europee, vengono introdotte numerose novità per le madri su: flessibilità di Orari di lavoro, congedi parentali, incentivi per promuovere l’imprenditoria femminile.
2011 - vengono introdotte le “quote rosa” nei consigli di amministrazione, pari ad almeno 1/5 del numero totale, per incentivare l’ascesa professionale femminile, smantellando quel soffitto di vetro stagnante che di fatto anncora rende rara la presenza femminile ai massimi vertici dirigenziali.
2013 - obbligatorietà dell’arresto di chi commette stalking.
2013 Vengono stanziate risorse per la creazione di case-rifugio per donne abusate e vittime di stalking.
2015 la “quota rosa” sale ad 1/3.
2017 I figli possono assumere anche il cognome materno.
UOMINI INGABBIATI IN VECCHI STEREOTIPI
16/06/2017 Autore: Redazione
Accade che degli uomini, talvolta fin da epoca prenuziale, altre volte solo all'indomani della celebrazione del matrimonio, si rivelino mariti dispotici, controllanti, nel tempo sempre più aggressivi, violenti, sia da un punto di vista fisico che psicologico. Iniziano con l'ostacolare le amicizie maschili e femminili della moglie, limitando sempre più i contatti della donna, anche con la di lei famiglia di origine. Ne criticano il vestire, la modalità dei comportamenti, la pettinatura,  affinchè la donna inizi a seguire i di lui consigli. Reagiscono violentemente ed in modo sproporzionato, laddove sentono di perdere il controllo della situazione: anche fosse un  semplice confronto sulla cena, la vacanza da effettuare o la scelta della scuola per il figlio. Incapaci di esprimere a parole le loro ragioni e convinti di essere incompresi e non capiti, usano la violenza, verbale e/o fisica,  come mezzo espressivo per dominare il rapporto, ritenendo tale atteggiamento una normale "modalità relazionale". Alternati a momenti di pace, nel tempo sempre meno frequenti, uomini di questo tipo sono usi ad esprimere insulti e giudizi svilenti verso le loro donne, e spesso anche con i loro figli, con il fine inconscio di soggiogarle, temendone di fondo l'autonomia e  la perdita. Si tratta di uomini che hanno il bisogno di dimostrare a se stessi di essere all'altezza di un ruolo maschile che, derivato dall'educazione familiare e/o dall'immaginario collettivo sociale, lo identificano nel modello patriarcale, che li vorrebbe uomini forti, dominanti, superiori alla loro donna. Uomini che non concepiscono la parità di genere e dei ruoli coniugali e genitoriali. Laddove la donna non si "pieghi", esercitando giustamente i propri pari diritti di scelta e replica, come coniuge e persona, questi uomini usano minacce, ricatti emotivi, aggressività verbale, fino ad arrivare alla violenza contro gli oggetti (preferibilmente quelli di appartenenza o cari alla donna) ed alla violenza fisica, in una escalation pericolosa ed infernale per chi la subisce.

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